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Un figlio? Sul lavoro, vale quanto un master. Così l’azienda scopre il valore della genitorialità

Un figlio? Sul lavoro, vale quanto un master. Così l’azienda scopre il valore della genitorialità

Educare figli migliora il potenziale dei collaboratori e ne accresce le abilità professionali, ma le imprese faticano a riconoscerlo. Ecco dove nasce il successo di Maam (maternity as a a master).

Cresciuti nella convinzione che allevare figli non sarebbe stato paragonabile ad altra esperienza, tra quelle in sorte a un essere umano, chissà come avremmo preso, solo qualche anno fa, la notizia che un equivalente alla genitorialità, invece, non soltanto esiste, ma che, per una strana ironia della sorte, in un certo senso, aiuti pure a fare carriera.

Crescere un figlio, infatti, misurarsi con le sfide che impone un’avventura simile, può offrire a un individuo – donna o uomo che sia – lo stesso apporto di conoscenza, abilità ed esperienza che è in grado di generare il conseguimento di un master universitario. E viceversa, naturalmente.

Tra le prime in Italia a opporsi all’idea che le due cose fossero al massimo destinate a condividere gli inconvenienti del caso – nottate in bianco, generale senso di inadeguatezza, ritmi di vita regolati in funzione di altro dal sé – è stata Riccarda Zezza, imprenditrice e CEO della piattaforma Maam (acronimo di Maternity as a Master) Life Based Value.

Ex dipendente, ex manager, ex lavoratrice alle prese con la genitorialità, ex un sacco di altre cose, da qualche anno Riccarda Zezza si gode il suo doppio status di mamma e donna in carriera girando il mondo nelle vesti di evangelizzatrice. Il suo messaggio? Crescere un figlio vale un master!

Scopo del programma Maam è sensibilizzare le aziende circa il valore che la genitorialità può sprigionare in un collaboratore di ambo i sessi. Come lo si dimostra? E qui sta la vera trovata: in pratica, trasformando la mole di esperienze che l’avere un figlio si porta in dote in abilità reali, dimostrabili, e soprattutto assimilabili attraverso un vero e proprio corso di studi.

Insomma, là dove tutti hanno sempre visto soltanto colichette da prevenire e svezzamenti da portare a termine e capricci da disinnescare, qualcun’altro ha iniziato a vederci di più. Molto di più. E, a quanto pare, ci ha visto pure parecchio lungo.

A questo punto, però, resta ancora una domanda a cui trovare risposta: in che modo esercitare la propria genitorialità rende, di fatto, professionisti migliori? A quanto pare, aumentando nel lavoratore di ambo i sessi la responsabilità individuale; migliorando le capacità di analisi; accrescendo l’abilità di problem solving; irrobustendo l’empatia dell’individuo; insegnando l’arte nobile della gestione del tempo; riducendo l’egocentrismo e contribuendo a trasformare errori potenziali in potenziali opportunità. Altro che master, insomma, verrebbe da dire.

Malgrado questi benefici, tuttavia, in Italia i numeri delle dimissioni volontarie delle neomamme restano scoraggianti. Segno che una fetta consistente del tessuto imprenditoriale del paese non è ancora disposto a riconoscere alla maternità il valore che invece molti già le attribuiscono. E con lui, evidentemente, nemmeno tutti i vantaggi professionali in grado di generare.