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Obiettivo reskill: il COVID-19 e una nuova idea di formazione

Obiettivo reskill: il COVID-19 e una nuova idea di formazione

di Valerio Sordilli, giornalista e Monster contributor


Sull’importanza della formazione si è detto e scritto di tutto, specie negli ultimi anni.
Tuttavia
l’impatto del COVID-19 sulla gestione del capitale umano ha aperto uno scenario inedito per le aziende, imponendo su questo fronte nuove riflessioni.

Per anni abbiamo guardato alla formazione come al più semplice strumento di evoluzione individuale. E tanto ci è bastato. Col tempo, però, ci siamo accorti che il mercato, complice la digitalizzazione dei processi, aveva preso a girare a ritmi vertiginosi, riuscendo a bruciare nel giro di qualche mese competenze tecniche acquisite in anni di specializzazione.

Il sospetto è che ora tutto cambi di nuovo. L’isolamento terapeutico imposto dall’emergenza sanitaria e il ricorso a nuove modalità di gestione del lavoro, hanno richiesto alle divisioni HR un approccio inedito alla valorizzazione del patrimonio di competenze interno all’azienda. Molto più orientato a soddisfare le esigenze del breve e medio termine, che alla pianificazione del lungo periodo. 

Chiaro che, in uno scenario di questo tipo, rispetto al passato recente servirà una diversa partecipazione dei talenti coinvolti. I collaboratori diventeranno quindi gli interpreti di una rivoluzione formativa che li vedrà attori e registi al tempo stesso. 

 

A questo punto la domanda è lecita: ma siamo davvero pronti a una simile assunzione di responsabilità?

Perché l’evoluzione è un processo che assurge alla perfezione, in azienda come in natura. Ma funziona pur sempre a strappi. E ciò che è adatto per un momento storico preciso non è detto che lo sia per quello successivo.

 

Venne considerato blasfemo, sir Charles Robert Darwin, quando pubblicò i suoi studi sull’evoluzione della specie che sancivano in modo definitivo la correlazione tra capacità di adattamento e sopravvivenza. Veniamo dalla scimmia, è risaputo, ma da una scimmia che ha saputo fare upskill, a modo suo, secolo dopo secolo.

Blasfemo è l’accostamento tra scienza e mercato del lavoro, allora? Fino a un certo punto. Nel manuale del bravo HR c’è un capitolo aggiunto nella ristampa 2020, quello relativo allo studio pubblicato da Boston Consulting Group. Si chiama “Decoding Global Trends in Upskilling and Reskilling” ed è il frutto di un’indagine condotta attraverso le interviste a 336mila lavoratori di 197 Paesi, praticamente buona parte della working class dell’intero pianeta. 

Dando per assimilato il concetto che le rapide mutazioni fanno ormai parte di questo mondo, la ricerca si prefigge più che altro il compito di indagare la consapevolezza dei lavoratori e soprattutto la loro capacità di reazione di fronte a globalizzazione e cambiamenti tecnologici. In altri termini: quanta voglia abbiamo di riqualificarci e di migliorarci?

I risultati, pubblicati tempo fa dal Corriere della Sera, dicono che in Italia non siamo poi messi così male: il 62% degli intervistati dedica del tempo al proprio upskilling, il 70% si dedica al reskilling. C’è chi lo fa con programmi di autoapprendimento, chi grazie ai corsi organizzati in azienda, chi ancora grazie a percorsi formativi online.

Ma proviamo a ribaltare la prospettiva. Un lavoratore del genere, capace di reinventarsi, è davvero utile al mondo produttivo? Basta sfogliare qualche pagina digitale per farsi un’idea. Per dire, secondo Forbes la mancanza di competenze pesa come una tassa del 6% sull’economia globale, sfiorando i cinque miliardi di dollari.

Anche Forbes cita il Boston Consulting Group. Lo skill mismatch riguarda oggi 1,3 miliardi di lavoratori in tutto il mondo, ed è in costante aumento, tanto che già nel 2022 il 27% degli impieghi sarà in lavori che ancora non esistono. 

 

La formazione continua diventa un concetto base per raggiungere risultati su due livelli, innalzando da una parte la qualità delle competenze interne all’azienda, dall’altra creando in house nuove figure professionali che sul mercato ancora non esistono e che possono essere formate esclusivamente sul campo.

 

Ovvio: le aziende dovranno adeguarsi. Come? Guardandosi dentro. Formando il proprio personale secondo necessità, coinvolgendo di più e diversamente i collaboratori, facendo, in pratica, del reskilling un manuale di sopravvivenza. Favorendo insomma quella mutazione darwiniana che è (anche) alla base del progresso. In natura, come in azienda.