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“Il futuro in Marzotto ce l’abbiamo alle spalle, e ogni giorno lo tocchiamo con mano”

Luca Vignaga ci mostra il gioiello manifatturiero del Gruppo. Talento, sensibilità e istinto la fibra che l'HR Manager cerca in un candidato.

“Il futuro in Marzotto ce l’abbiamo alle spalle, e ogni giorno lo tocchiamo con mano”

Quanti fili di seta ci stanno in una cravatta?

A domande così, ci arrivi quasi sempre per sottrazione. Puoi farlo, ad esempio, dopo aver eroso la manciata di chilometri che separano Milano da Guanzate, nemmeno seimila anime seminate in uno scherzo di terra tra le valli comasche, ridotto di uno i posti liberi nel primo parcheggio che una volta arrivato ti capita a tiro, e infine annullato a piedi i pochi metri che dalla guardianìa ti separano dalla sala d’attesa di uno stabilimento dove persino i robot che tengono il prato a livello dicono qualcosa dell’aria che si respira in quell’impianto.

A domande così, insomma, ci arrivi di solito dopo un articolato processo di scomposizione.

Parti da un’idea, e quello che ti resta in mano è una domanda.

In Ratti, gioiello manifatturiero del gruppo Marzotto, l’idea da cui parti, il più delle volte, è quella di un codice. Di un valore universale, eppure esclusivo, che è lo stesso da sempre: la bellezza. Perché qui parti da un codice, e quello che ti resta in mano è giusto un filo di seta.

Ma è solo quando gli ingranaggi di quella scomposizione si azionano, e a poco a poco ti trovi davanti a chi, dentro quel filo, già vede lo stigma esclusivo di una bellezza che aspetta il suo innesco per rinnovarsi, che capisci come in Marzotto si trasforma in impresa il più effimero tra i concetti del mondo: il desiderio.

Il resto è solo garbo, tradotto nei gesti precisi di chi disegna a mano o servendosi della tecnologia. È equilibrio, nelle dosi di colore che sfumano o si intensificano rispondendo a variazioni da zero virgola. È ritmo, nel battito sincopato dei macchinari che uniscono trama a ordito. È danza, nel balletto degli aghi sui telai in serie. È controllo, negli occhi di chi dispone filo dopo filo la base di quel desiderio ancora tutto da esprimere.

Fino a quando il processo non è finalmente compiuto, e quella precisa idea di bellezza non la ritrovi di nuovo, stavolta ricomposta, nelle varianti infinite custodite nella Tessuteca di casa Ratti-Marzotto. Qualche centinaio di metri quadri di stabilimento che custodiscono la fibra posta alla base del sapere di questa perla manifatturiera ultracentenaria.

Dove abbiamo incontrato Luca Vignaga, e ci siamo fatti spiegare di persona cosa voglia dire, oggi, scovare talenti in grado di prendersi cura e insieme valorizzare tutto questo patrimonio di conoscenza.

 

 

Si dice che chiunque disponga del talento necessario per individuare tra mille un tessuto eccellente, potrebbe farlo benissimo anche al buio. Servendosi giusto del tatto e di una buona dose d’istinto. Sono questi gli elementi che cerca il gruppo Marzotto in un profilo – talento, sensibilità, istinto – o c’è dell’altro?

No, mi sembra una buona sintesi. Perché questi sono sicuramente valori che ci piace riconoscere in un candidato. Però sul talento devo chiarire un aspetto: in Marzotto non cerchiamo “talenti”, cerchiamo “i talenti” delle persone. La consideriamo una cosa evangelica. Per noi ognuno ha il suo, e ci piace questo distinguo, perché poi dovremo essere noi bravi a creare le occasioni all’interno dell’organizzazione per mettere a frutto e implementare questo talento. Le aziende oggi sono dei giochi di squadra, ecco perché in Marzotto non cerchiamo dei “superman”, ma delle persone che abbiano delle cose da dare, da dire, e, in questo senso, le aiutiamo a crescere nella loro struttura professionale.

 

In queste aziende si concepiscono tessuti, una buona quantità dei quali diventerà un giorno capi d’abbigliamento. Però per vestire qualcuno è necessario prima di tutto “spogliarsi” di qualcosa. Di cosa dovrebbe alleggerirsi, secondo te, un candidato per interpretare al meglio un ruolo in Marzotto, per essere cioè allo stesso tempo tutti e, di fatto, nessuno?

Il poeta direbbe “il troppo pieno simula il troppo vuoto”. Nel senso che spesso essere troppo pieni di sé testimonia in realtà delle carenze. Uno dei grandi requisiti per lavorare in questa azienda è senza dubbio disporre di una buona dose di curiosità. E l’elemento alla base della curiosità è il bisogno di dover colmare ancora e sempre qualcosa, di non essere mai troppo “pieni”. Ecco, per lavorare nel mondo delle confezioni, dell’abbigliamento, della moda, del lusso, o anche dell’arredamento come succede qui, occorre una forte dose di curiosità, di voglia di imparare, di assorbire. E se sei troppo pieno, beh, allora vuol dire che non puoi aggiungere più nulla.

 

Qual è, nel DNA del tessuto Marzotto, la fibra, il valore che tiene insieme tutto?

È una fibra composta da tradizione e innovazione, direi. Due concetti in antitesi tra loro, lo so, ma che ci rappresentano al meglio. Tradizione e innovazione, trama e ordito, per dirla col nostro vocabolario. Basti pensare a dove ci troviamo in questo momento. Qui siamo in uno spazio (la tessuteca, ndr) che è un archivio, sì, ma non un museo. Piuttosto, un archivio vivente. Perché è qui che le nostre donne e i nostri uomini del prodotto traggono ispirazione per creare cose e proiettarle nel futuro, quindi per innovare. Questa logica della tradizione e dell’innovazione è intimamente collegata in Marzotto, è trama e ordito, appunto, e si manifesta in tutte le sue declinazioni.

 

Di fronte al cancello di una delle tante sedi del Gruppo Marzotto sparse in Italia o all’estero, che azienda si trovano davanti i candidati?

Un’azienda che guarda al futuro, prima di tutto. E lo fa importando giovani. Perché il mondo della moda non può essere visto e interpretato che con gli occhi freschi di chi ha meno di trent’anni. Anche perché è prima di tutto un linguaggio che si evolve. Ma non solo. Perché troveranno davanti a loro anche un’azienda solida, un’azienda manifatturiera, un’azienda che fa dei suoi plant l’eccellenza. Ma siamo soprattutto un’azienda che può dare a chi entra competenze tecniche e soft. Un’azienda che, per tutte queste caratteristiche, può dire di contribuire a creare un mestiere. Non tanto una professione, ma proprio un mestiere, perché dentro questa definizione c’è un pezzo di artigianato, di savoir faire, di capacità di concepimento, di costruzione, ma anche una forte componente di ideazione, quindi di cultura.

 

Conoscere la storia di Marzotto, i suoi valori, le sue tradizioni, presuppone la conoscenza di un ambito molto specifico dell’industria, non sempre alla portata di tutti. Eppure parlando di Marzotto si nomina uno dei pilastri del Made in Italy, di quello autentico. Ma cos’è, oggi, il Made in Italy per chi è il Made in Italy?

Dostoevskij diceva che “la bellezza salverà il mondo”. Ecco, io credo che il Made in Italy sia il codice di quella bellezza. È una capacità di concepire il prodotto, di costruirlo e di offrirlo al cliente che è assolutamente unica nel mondo. Tutti ci riconoscono ancora queste nostre tre capacità. E sono caratteristiche che abbiamo innate, ma che dobbiamo continuare a coltivare, perché non possono essere messe in una cassaforte, tenute secretate, chiuse, a prendere polvere. Altrimenti rischiamo di dissiparlo questo patrimonio. Marzotto la vede esattamente così. Per questo è un’organizzazione pronta alla contaminazione. Oltre all’Open Day dedicato agli ingegneri, daremo avvio a un percorso pensato per i giovani designer. Tra loro non solo italiani, ma europei, statunitensi o anche provenienti dal Far East. Crediamo fortemente che questa contaminazione possa aiutarci a reinterpretare il Made in Italy. O forse è il caso di cominciare a chiamarlo Italian Style.

 

In tutto questo, l’esigenza di essere percepiti in un certo modo è essenziale. Come traduce allora un concetto come quello di Employer Branding un gruppo abituato a trasformare le idee in oggetti del desiderio?

L’Employer Branding è senza dubbio un tema sul quale tutte le aziende oggi sono chiamate a confrontarsi. Per quel che mi riguarda, ritengo che, se parliamo di Employer Branding, non esista all’interno dell’azienda un marketing separato dall’HR. Perché nel momento in cui noi comunichiamo i valori dell’azienda ai nostri clienti esterni, dobbiamo saper comunicarlo con la stessa efficacia anche a quelli interni. A dispetto di come si continua a fare anche in grandi aziende, credo che la funzione di Employer Branding non possa essere collocata né nel marketing, né nell’HR, ma sia un patrimonio aziendale terzo, verso il quale questi due dipartimenti confluiscono e in cui l’organizzazione, in modo assolutamente trasparente, con la stessa passione, precisione e cura, comunica chi è tanto ai clienti, quanto ai professionisti che vorrebbe portare all’interno dell’organizzazione.

 

Ma a volerlo riassumere in un concetto, perché un neolaureato dovrebbe scommettere su Marzotto?

Perché qui impara a fare. Qui si impara a costruire. La teoria c’è, com’è ovvio, ma in spazi precisi e in momenti precisi. E fa sempre da sfondo a prodotti molto concreti. Questa è un’organizzazione che fa del suo pragmatismo una cifra importante. Qui un giovane può costruire davvero un mestiere, acquisire delle competenze, mettere le basi per il suo futuro professionale. Perché in Marzotto abbiamo la fortuna di fare dei prodotti. Che sono tangibili. E che sono pure molto belli, tra le altre cose.

 

Di ritorno da un viaggio nella Silicon Valley, parlavi della “la voglia di futuro” che si respira da quelle parti. E il gruppo Marzotto come soddisfa la voglia di futuro che c’è invece da queste di parti?

Con i percorsi di carriera. Io dico sempre ai ragazzi che entrano: voi entrate in una prateria verde. E davanti a voi avete davvero opportunità che non potete nemmeno immaginare. In Marzotto ci sono enormi occasioni di crescita, e anche in tempi brevissimi, a dispetto di un prodotto che può apparire “old style”. Da quando sono qui, ho visto coi miei occhi ragazzi che in cinque, sei, sette anni hanno raggiunto posizioni di assoluto rilievo all’interno dell’azienda. E che oggi siedono nei consigli di amministrazione del gruppo, e sono quindi parte della progettazione e del futuro dell’azienda. Ecco, credo che poche aziende così importanti possano offrire tutto questo. Perché in altre realtà, magari molto più internazionali della nostra o semplicemente più grandi della nostra, queste ambizioni rischiano di paludarsi. Qui, invece, abbiamo la giusta dimensione per crescere.

 

Prima di chiudere, c’è un consiglio che pensi possa fare al caso di un candidato che sta per giocarsi una chance di lavoro in Marzotto?

Un consiglio non lo so, a me di solito piace studiare il CV in modo molto ampio. Guardare la persona nella sua completezza. Mi interessa per esempio capire molto che cosa ha fatto un giovane durante il percorso universitario, quali corsi ha seguito, quali sono le sue passioni, se è stato uno scout, se ha fatto del volontariato, se è sportivo, quanto tempo ha dedicato alla lettura e quali sono le letture che lo hanno particolarmente segnato. Voglio dire, un giovane ha poco da raccontarti in termini di esperienze professionali concrete, cosa vuoi capire da un colloquio con un neolaureato sulla sua capacità di problem solving. Ecco perché a mio avviso il CV va studiato in modo ampio: per poterne cogliere le sfumature, e da queste stimare se può essere la persona giusta. Ma sempre andando al di là di quello che in quel momento è in grado di esprimere.

 

Finito? Non proprio.

Resta infatti ancora una domanda in sospeso. Ma non è Luca Vignaga a rispondere.

Stavolta tocca a Paola, una delle storiche collaboratrici dell’opificio di Guanzate.

È lei, senza quasi rendersene conto, senza nemmeno staccare gli occhi dal telaio su cui si piega come solo un giardiniere sul suo orto appena dopo una tempesta, a svelarci la sequenza numerica precisa di quel codice.

Ricordate? Quanti fili di seta ci stanno in una cravatta?

Sedicimilaquattrocento. In una cravatta ci stanno sedicimilaquattrocento fili di seta.