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Paradosso smart working: l’occasione d’oro che le imprese non colgono

Benefici economici certificati, vantaggi fiscali, e grande requisito di appetibilità per Millennial e Generazione Z. Ma in mezzo a tanta diffidenza, chi ha cominciato non lascia, raddoppia.

di Valerio Sordilli, giornalista e Monster contributor

Abituati come siamo a trarre nozioni dai numeri, conforto dai numeri, tutto dai numeri, non dovremmo avere grosse difficoltà a ricavarci la nostra bella lezioncina anche dagli esiti di uno studio sullo smart working condotto dal Politecnico di Milano.

Al centro dell’indagine la quota di aziende che lo applicano e le ragioni che le hanno spinte a farlo. Il risultato? Ancora troppe imprese in Italia stanno letteralmente sciupando un’occasione d’oro.

Come illustra la ricerca del Politecnico, i motivi di questo paradosso legato allo smart working sono pochi e anche molto semplici:

  • le aziende che lo applicano hanno benefici economici certificati;
  • la legge che lo disciplina offre vantaggi fiscali non indifferenti;
  • lo smart working è un fattore di attraction per Millennial e Generazione Z

I numeri del “paradosso smart working” in Italia
Trecentocinque mila, secondo le stime del Polimi, sono infatti i professionisti italiani che lavorano da remoto, a fronte dei cinque milioni (cinque milioni!) che potrebbero farlo e invece non lo fanno. 

Sempre grazie al supporto dei numeri, stavolta però quelli di una ricerca dell’università di Varese, sappiamo per esempio anche che, rispetto al 2016, il volume di smart lavoratori in Italia è cresciuto del sessanta per cento. Tanto, d’accordo, ma il dato deve consolare solo in parte. Specie se ci si sofferma su quel – 30% che costituisce l’impatto sui costi sostenuti dall’azienda per ogni singolo lavoratore “smart”. Trenta per cento in meno. Per ogni singolo lavoratore.

Ricapitolando:

  • 305 mila: i professionisti che hanno già un contratto di smart working
  • 5 milioni: i potenziali lavoratori che potrebbero beneficiarne 
  • + 60%: la crescita dello smart working rispetto al 2016
  • – 30%: il risparmio sui costi sostenuti dall’azienda per ogni “smart lavoratore”

Di fronte a uno sperpero di queste proporzioni, la domanda allora è legittima: perché? Una risposta ufficiale, chiaramente, non esiste. Ma la sensazione è che il problema sia solo di natura culturale.

Smart working Italia e il rapporto con gli altri paesi d’Europa
E dire che l’Italia, in fatto di cultura dello smart working, non se la caverebbe nemmeno troppo male rispetto agli altri paesi d’Europa. Allora la domanda giusta è un’altra: quanto durerà ancora? La risposta, anche stavolta, ci arriva dai numeri. 

In particolare quelli di un’altra indagine, condotta in questo caso dalla società di ricerche Pac, in collaborazione con Fujitsu. Lo studio, ripreso dal Sole24Ore, ha coinvolto manager di aziende pubbliche e private dei quattro angoli del mondo. Per arrivare, risposta dopo risposta, virgola dopo virgola, decimale dopo decimale, a una tesi che, tradotta, suona più o meno così: entro i prossimi dieci anni, l’idea di ufficio che abbiamo edificato nel tempo, sarà spazzata via da una cultura del lavoro estremamente flessibile.

Lo smart working come leva per l’attraction e la retention dei talenti
Una evoluzione, quella dello smart working, in parte logica – maggiore flessibilità significa maggiori risparmi per le aziende che lo applicano – in parte però anche obbligata. Come fa opportunamente notare la ricerca, tra meno di dieci anni, ovvero domattina, i Millennial e i Generazione Z costituiranno da soli oltre il 50% della forza lavoro presente sul mercato. Perciò è inevitabile che il loro naturale approccio alla digitalizzazione finisca per stravolgere le abitudini professionali che abbiamo coltivato fino a oggi. 

Anzi, lo “smart working” diventerà un grande requisito di appetibilità agli occhi di queste due categorie di professionisti. E non solo perché consentirà un migliore work-life balance. Ma anche perché i vantaggi economici dello smart working non sono mica solo delle aziende che lo applicano.

La legge che lo introduce prevede infatti una tassazione del lavoro differente (come differenti sono le coperture in caso di infortunio) che incide sulla retribuzione netta, aumentandola considerevolmente. 

Smart working: le aziende che lo applicano con successo
Per fortuna non mancano esempi virtuosi per capire che tipo di scenario immaginarsi. Barilla, per esempio, ha lanciato il suo primo programma di smart working nel 2013. E oggi conta migliaia di collaboratori in tutto il mondo. Vodafone, idem. E poi Mars, Ferrovie dello Stato, Banca Intesa. Soprattutto Banca Intesa. Che nel “Piano Impresa” presentato a inizio 2018 si è spinta a mettere nero su bianco i numeri di questa netta accelerata verso un modello di lavoro più “smart”.

Perché il progresso funziona così: ne scorgi il rumore in lontananza, ti volti per capire com’è fatto, ed è già altrove. Le imprese dovrebbero tenerlo a mente.