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Paradosso smart working: l’occasione d’oro che le imprese non colgono

Benefici economici certificati, vantaggi fiscali, e grande requisito di appetibilità per Millennial e Generazione Z. Ma in mezzo a tanta diffidenza, chi ha cominciato non lascia, raddoppia.

Paradosso smart working: l’occasione d’oro che le imprese non colgono

Abituati come siamo a trarre nozioni dai numeri, conforto dai numeri, tutto dai numeri, non dovremmo avere grosse difficoltà a ricavarci la nostra bella lezioncina anche dagli esiti di uno studio condotto dal Politecnico di Milano.

Analisi che riguarda lo smart working (il cosiddetto “lavoro agile”), e che ci dice, in buona sostanza, tra le altre cose, che molte imprese, in Italia, stanno sciupando un’occasione d’oro.

Trecentocinque mila, secondo le stime del Polimi, sono infatti i professionisti italiani che già lavorano da remoto, a fronte dei cinque milioni (cinque milioni!) che potrebbero farlo e non lo fanno. Sempre grazie al supporto dei numeri, stavolta quelli di una ricerca dell’università di Varese, sappiamo per esempio anche che, rispetto al 2016, il volume di smart lavoratori in Italia è cresciuto del sessanta per cento. Tanto, d’accordo, ma il dato deve consolare solo in parte. Specie se ci si sofferma su quel 30% che costituisce l’impatto sui costi per l’azienda per ogni singolo lavoratore “agile”. Trenta per cento in meno, si capisce.

Di fronte a uno sperpero di queste proporzioni, la domanda allora è legittima: perché? Una risposta ufficiale non esiste, ma la sensazione è che il problema sia solo di ordine culturale. E dire che l’Italia, in Europa, sul tema dello smart working, non se la cava affatto male rispetto agli altri paesi. Allora la domanda giusta è un’altra: quanto durerà ancora? Risposta: poco. E anche qui, sono i numeri che ce lo dicono.

In particolare quelli che ci arrivano da un’altra indagine, condotta di recente dalla società di ricerche Pac, in collaborazione con Fujitsu. Lo studio, ripreso anche dal Sole24Ore, ha coinvolto manager di aziende pubbliche e private dei quattro angoli del mondo. Per arrivare, risposta dopo risposta, virgola dopo virgola, decimale dopo decimale, a una tesi che, tradotta, suona più o meno così: entro i prossimi dieci anni, l’idea di ufficio che abbiamo edificato nel tempo, sarà spazzata via da una cultura del lavoro iper flessibile.

Quasi sei imprese su dieci, tra quelle del campione italiano coinvolto nella ricerca Pac-Fujitsu, ha assicurato l’intenzione di adottare politiche di lavoro più flessibili già entro i prossimi cinque anni. E di fornire progressivamente ai propri dipendenti sempre più sistemi e soluzioni per l’accesso ai dati e ai servizi dell’azienda da remoto.

Una evoluzione in parte logica – maggiore flessibilità, come visto, significa maggiori risparmi – in parte però anche obbligata. Come fa opportunamente notare la ricerca, tra meno di dieci anni, ovvero domattina, i Millennial e i professionisti della Generazione Z saranno oltre il 50% della forza lavoro presente sul mercato. Perciò è inevitabile che il loro approccio naturale alla digitalizzazione finisca per stravolgere le abitudini professionali cui abbiamo assistito fino a oggi. Anzi, lo “smart working” diventerà un grande requisito di appetibilità agli occhi di queste due categorie di professionisti. Per praticità, certo, e per la possibilità di far conciliare molto meglio ambizioni professionali e vita personale, ma anche per un onestissimo tornaconto economico. Perché se l’azienda ha i suoi buoni motivi finanziari per credere in questa nuova cultura del lavoro agile (benché non siano chiari ancora proprio a tutti), non è che ai lavoratori manchino ragioni di quel tipo. La legge che di fatto sdogana lo smart working ha infatti introdotto un sistema di tassazione differente (come differenti sono le coperture in caso di infortunio) che incide sulla retribuzione netta, aumentandola considerevolmente. Al resto, penserà l’innovazione e l’evoluzione tecnologica.

Per fortuna non mancano esempi virtuosi per capire che tipo di scenario immaginarsi. Barilla, per esempio, ha lanciato il suo primo programma di smart working nel 2013. E oggi conta migliaia di collaboratori in tutto il mondo. Vodafone, idem. E poi Mars, Ferrovie dello Stato, Banca Intesa. Soprattutto Banca Intesa. Che nel Piano Impresa presentato a inizio 2018 si è spinta a mettere nero su bianco i numeri di questa sua netta virata verso un modello di lavoro più “agile”. Dagli attuali ottomila dipendenti coinvolti in dinamiche di lavoro “smart” (fonte Corriere del Veneto), si passerà, da qui al 2021, ai 24mila annunciati nel Piano. Ventiquattromila. Tre volte tanti.

Perché il progresso funziona così: ne scorgi il rumore in lontananza, ti volti per capire com’è fatto, ed è già altrove. Le imprese dovrebbero tenerlo a mente.