Pagina iniziale / Mercato del Lavoro / Trend del mercato del lavoro / Nessuna carriera per le mamme: così le imprese perdono pezzi del loro patrimonio di conoscenza

Nessuna carriera per le mamme: così le imprese perdono pezzi del loro patrimonio di conoscenza

La fotografia dell’ispettorato del lavoro è impietosa: circa 25mila donne, nel 2016, “costrette” alle dimissioni volontarie. Ma le organizzazioni illuminate guardano oltre. E salvano il know how

Nessuna carriera per le mamme: così le imprese perdono pezzi del loro patrimonio di conoscenza

Difficile dire se, come si racconta, essere genitori sia effettivamente il mestiere più difficile del mondo; di sicuro, però, in Italia, a molte donne, quello è l’unico che resta. Ce lo spiega bene il rapporto sulle dimissioni volontarie presentate nel 2016 da genitori con figli fino a 3 anni di età, appena pubblicato dall’ispettorato nazionale del lavoro. Dei 37.738 casi registrati nel periodo 1 gennaio – 31 dicembre, circa l’80% riguarda le donne: 29.879. Di queste, appena 5.261 hanno cambiato azienda. Le altre, 24.618, molto più semplicemente, hanno cambiato vita.

E lo hanno fatto perché costrette, se così si può dire, dalle circostanze. Nel giustificare la rinuncia al proprio posto di lavoro, queste (ex) lavoratrici hanno spiegato in soldoni di non aver avuto altra scelta: assenza di supporto dai parenti, stipendi inadeguati, elevati costi di assistenza, mancato accoglimento dei figli negli asili nido. E non sono che alcune delle ragioni raccolte e messe insieme dal ministero del lavoro.

Un dato che per una volta, l’unica in cui forse era meglio di no, non fa distinzioni in Italia tra Nord e Sud: le opportunità di far conciliare carriera e benessere dei figli sono uguali – cioè ridotte al lumicino – tanto per una mamma di Belluno quanto per una di Caltanissetta. Con l’aggravante, e non ci voleva un genio per dedurlo, che a dover rinunciare allo stipendio per badare ai figli, sono state soprattutto le donne col salario più basso: appena 680 i licenziamenti volontari tra dirigenti e quadri, contro i 28.102 di quelli presentati da operaie e impiegate.

Troppe e in qualche caso congiunturali le responsabilità per pensare di liquidare la faccenda individuando nelle istituzioni l’unico capro espiatorio, assolvendo così di colpo ogni altro attore. Ma è certo che, davanti a un fenomeno di questa portata, chi può è chiamato a un gesto di assoluta responsabilità.

I dipartimenti HR delle aziende, per esempio, sono i primi ad essere coinvolti. E quelli che forse meglio di tutti conoscono le dinamiche che risiedono alla base di certe circostanze. Come emerge dai dati dell’ispettorato, finiti anche sulle colonne de La Stampa, una maggiore concessione di part-time, o una più facile modifica dei turni per le mamme lavoratrici, costituirebbero già un piccolo ma netto passo verso una auspicabile regressione del fenomeno.

Altro incentivo è legato all’istituzione degli asili nido aziendali. Ci aveva provato lo stato, una quindicina d’anni fa, con la legge 448/2001 (articolo 70, comma 4), a incentivarne la nascita contribuendo alla parziale copertura delle spese. Ma non andò benissimo. Eppure non sono poche in Italia le imprese che in maniera autonoma hanno scelto di offrire questo sostegno ai propri dipendenti, consentendo maggiori opportunità alle donne di conciliare vita privata e ambizioni professionali. Artsana Group, Ferrero, ma anche Ferrari e Pirelli, sono solo alcune delle organizzazioni che da anni conducono, con successo, questa battaglia di civiltà.

Che però, anche strategicamente, ha la sua logica.

Perché delle due l’una: o tutte le mamme che si sono dimesse in Italia nel 2016 erano lavoratrici incapaci, o in ballo c’è il rischio di perdere un patrimonio di conoscenza e competenze che le imprese più illuminate non hanno la minima intenzione di correre.