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Più donne al lavoro: così il “transformational style” fa bene all’azienda e al Pil mondiale

di Valerio Sordilli, giornalista e Monster contributor

Le donne lo sanno. Anche in azienda, anche e soprattutto quando parliamo di posizioni apicali. La psicologa americana Alice Eagly l’ha definita “transformational style”, ossia una capacità manageriale tutta femminile. Un’alchimia, una vocazione, qualcosa del genere dev’essere, più semplicemente l’innata capacità di trattare affari e persone e sensibilità altrui con un piglio diverso, diverso non sappiamo ancora “quanto”, ma diverso abbastanza da fare la differenza. In positivo, ovviamente. Che in azienda significa profitto.

Si stima che, a proposito di donne, e a proposito di aziende, il gender gap pesi come un macigno sulla produttività mondiale. Per dire, secondo il Fondo Monetario internazionale se solo si riuscisse a raggiungere la parità di genere nelle posizioni strategiche, combattendo il sessismo sul luogo di lavoro, già nel 2025 si arriverebbe a un pil mondiale di 28mila miliardi di dollari, aumentando così di fatto del 35% il volume dell’economia dell’intero pianeta.

Certo, oggi uno spunto di riflessione arriva da Repubblica, ma alla formula magica “più donne più profitto” erano arrivati già da tempo economisti e analisti tra i più accreditati al mondo.

Il punto, insomma, non è tanto individuare la malattia quanto prendere le medicine giuste. E alcune sarebbero lì, a portata di mano. 

Medicina Uno. Sarebbe fondamentale per esempio che i governi, gli attori delle politiche scolastiche e di formazione, spingessero quanto più possibile le studentesse verso i percorsi STEM (scienze, tecnologie, ingegneria, scienze), magari con borse di studio e orientamento precoce, perché si sa che quello è il grande nervo scoperto. I dati pubblicati da Orizzonte Scuola sono impietosi: i laureati STEM sono per lo più maschi (59%), in ingegneria arrivano addirittura al 74, mentre due terzi dei laureati non STEM sono femmine. Chiaro che in un mondo sempre più ipertecnologico e digitale, sono differenze che pesano.

Medicina Due. Servirebbe poi un cambio di passo nella cultura del lavoro affinché la redistribuzione del tempo tra occupazione e famiglia assuma connotati diversi, con maggiore attenzione alla produzione individuale e meno alla presenza fisica sul posto di lavoro. Per dire, il gender gap sarebbe certamente ridotto se le aziende non incentivassero così fortemente i lavoratori che restano in ufficio più di quanto preveda l’orario ordinario. Quanto allo smart working e alle altre misure che già oggi assicurano un valido sostegno alle madri lavoratrici, beh, chiaro che funzionano fin quando la lavoratrice in questione svolge mansioni ordinarie. Provate a misurarle su una dirigente/madre, magari in competizione con un collega uomo che fa tardi in ufficio tutte le sere, e poi ne riparliamo.

Medicina Tre. Sarebbe indispensabile infine un modo diverso di affrontare il tema, anche a livello di comunicazione. Inutile parlare ancora di donne alle donne. Qui si tratta di seminare il dubbio tra gli uomini, farli ragionare su scelte e comportamenti, spingerli a condividere con le donne spazio e tempo, non solo familiare ma anche lavorativo.

Servisse, poi, nel bugiardino troveremmo le istruzioni utili. Più ricerche riferiscono che Millennials e Generazione Z sono molto più disposti a credere in una società equa, che tratti tutti alla stessa maniera, con una certa etica, che in una in grado di garantire loro solo lo stipendio a fine mese. Oggi il gender balance è un valore fondamentale e contribuisce al miglioramento delle condizioni psicofisiche di un lavoratore, lo conferma anche un sondaggio promosso dalla Reuters tra oltre mille lavoratori.

Il mix di genere – è stata la conclusione – aumenta la soddisfazione lavorativa, la felicità e la produttività, riducendo tra l’altro l’assenteismo. Hai voglia poi a dire che la medicina è amara, prima la prendiamo e meglio sarà per tutti.