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Dal “caso” Graphistudio a Ferrovie dello Stato: l’Italia prepara così il suo esercito di “smart” lavoratori

Dal “caso” Graphistudio a Ferrovie dello Stato: l’Italia prepara così il suo esercito di “smart” lavoratori

La notizia è questa: ad Arba, mille e trecento anime raccolte in un fazzoletto di terra ai piedi delle Alpi Carniche, un’azienda che nell’era della digitalizzazione dell’istante produce album per matrimoni sperimenta in vitro il futuro del mercato del lavoro. Da anni. E con una semplicità disarmante. In questi quattordici chilometri quadrati, distanti giusto una manciata di ore dal confine sloveno, la Graphistudio, perla manifatturiera con circa duecento dipendenti a libro paga, dà lezioni di innovazione ed efficienza applicate all’organizzazione aziendale.

L’arnese con cui colpo su colpo hanno scalfito il granitico sistema italico della gestione produttiva, quello fatto di orari fissi e ritmi prestabiliti e compromessi coi sindacati e logiche spesso ambigue – quando non direttamente superate dalla storia e dai fatti, rimanda ad atmosfere da rivolta studentesca ed è racchiuso in una parola che farà precipitare le mascelle alla metà di chi legge queste righe: autogestione.

Ai dipendenti della Graphistudio, in pratica, fatta eccezione per chi proprio non può farne a meno, non è fatto alcun obbligo circa gli orari di lavoro. E questo perché, molto semplicemente, di regole al riguardo, da quelle parti, non ne hanno. Da contratto, i dipendenti possono entrare e uscire a piacere. Niente orari fissi. Niente cartellini. E niente furbetti. Solo progetti, scadenze, e professionalità da mettere in circolo come (e soprattutto quando) vogliono. Utopia? Non proprio, a giudicare dai numeri. Quelli dei bilanci che giustificano la presenza all’estero di alcune sedi commerciali della Graphistudio.

Come ci siano riusciti, questa poi è ancora un’altra storia. Che sulle colonne de La Repubblica, giorni fa, ha raccontato direttamente chi si cela dietro questo sogno visionario diventato partita iva. A parlare è il presidente e fondatore della Graphistudio, Tullio Tramontina. Sentite qua: "Lavoravo e questa cosa dell'orario, del cartellino, della sirena che suona, mi ha sempre dato fastidio, è qualcosa che ti limita, sono catene. Quando ho fatto il mio percorso ho voluto farlo diverso” ha spiegato al quotidiano romano. E anche quando gli chiedono se con questa gestione, diciamo così, allegra delle risorse umane e dell’organizzazione aziendale più in generale le cose filano sempre lisce, Tramontina non si scompone. “Che ci siano anche dei problemi è indubbio, però funziona, oggi siamo un'azienda leader nel nostro settore. Questo modello è una conquista, non lo butti via per qualche contrattempo”.

Nel Paese dei santi, poeti, viaggiatori e irrecuperabili sognatori del posto fisso, una realtà del genere può sembrare fantascientifica. Eppure quello che arriva da Arba non è che uno dei tanti e sempre più frequenti esempi di “lavoro agile” registrati in Italia. Specie dopo l’approvazione da parte del Senato del Ddl che disciplina modi e tempi dello smart working. Secondo le stime offerte dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, ad oggi sono più di 250mila, nel solo lavoro subordinato, le professionalità a beneficiare degli effetti del lavoro agile, a godere quindi di discrezionalità nella definizione delle modalità di lavoro in termini di luogo, orario e strumenti utilizzati. Con una tendenza all’aumento davvero impressionante: più 40% dal 2013 a oggi.

E il dato promette di non arrestare la sua corsa. Merito anche dei big che rivendicano il ruolo di apripista sperimentando sulla propria pelle i benefici del lavoro agile per i propri dipendenti. Tra loro, Ferrovie dello Stato. Qui a settembre partirà un progetto-pilota su un campione di 500 lavoratori. A loro, Ferrovie dello Stato offrirà la possibilità di svolgere la propria attività da casa o in qualsiasi altro luogo, per un periodo di tempo che va da un minimo di quattro fino a un massimo di otto giornate al mese, non frazionabili. Della durata di un anno, la sperimentazione riguarderà al momento solo le sedi di Roma, per diventare, in caso di successo, un metodo di lavoro permanente ed esteso a tutti i dipartimenti dell’azienda.

Ma la grande controllata pubblica dei trasporti non fa che seguire le orme di altri big privati che invece godono da tempo dei vantaggi derivanti da politiche di smart working. Da Barilla a Ferrero, a Vodafone ad American Express sono in tanti ad aver ripensato la gestione del personale e l’organizzazione aziendale che ne deriva in chiave “smart”. Perché ci sarà pure ancora molto da fare, ma una conquista del genere non la butti mica via per qualche contrattempo.