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Gli hangover days: l’ultima frontiera per attirare gli young talent

Valerio Sordilli, giornalista e Monster contributor

“Non ci può essere un buon modo di vivere dove non c’è un buon modo di bere”. Potrebbe sembrare un tantino esagerato scomodare uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America se non fosse che questa frase parrebbe averla pronunciata proprio lui, l’inventore del parafulmine, e di tante altre cose, il giornalista e scienziato e politico, o come vogliate definire voi il signor Benjamin Franklin.

Che già nel Settecento, a proposito del bere, si prendeva la briga di volerlo in qualche modo definire, in una comunità ormai civilizzata, tanto da specificare anche che (e gli attribuiscono anche questa) “la birra – davvero, proprio la birra – è la prova che Dio ci ama e vuole che siamo felici”.

Alle stesse conclusioni di Franklin evidentemente devono essere arrivati i signori di The Audit Lab, piccola azienda di digital marketing che però con le Tredici Colonie e l’America del Settecento non c’entra nulla. Sta da quest’altra parte dell’Atlantico, The Audit Label, precisamente in Gran Bretagna.

Claire Crompton, che ne è direttrice e cofondatrice, dev’essersela studiata bene, la cosa, prima di farla diventare una rivoluzione. Raccolta dalla Bbc con un servizio strabiliante e poi ripresa da queste parti anche da Repubblica.

Suona più o meno così: ti è capitato di fare le ore piccole in un locale alzando troppo il gomito? Se al mattino il tuo risveglio è da incubo non preoccuparti, l’azienda ti lascia lavorare da casa. “Hangover days”, li hanno chiamati, per evitare equivoci. Sono proprio i giorni di smart working che l’azienda concede ai propri dipendenti per smaltire i postumi di serate alcoliche con gli amici. 

Ma non solo gli amici, ha raccontato Claire Crompton, sempre più convinta che sia stata la mossa giusta. “Un vantaggio di questo tipo spinge i miei dipendenti ad uscire la sera organizzando eventi di lavoro e stringendo rapporti più saldi con i nostri clienti”. Dunque non solo trasgressione ma anche opportunità di business da coltivare davanti a un drink. O due. Perfino tre, se dovesse servire a chiudere l’affare.

E la mattina dopo, come un normale turno di smart working, il dipendente può tranquillamente svolgere il suo lavoro da casa, davanti al computer, sdraiato sul proprio divano e – nel caso – una tisana depurativa sul tavolo. Purché non si verifichi troppo di sovente. “Potrebbe diventare un problema se le richieste fossero continue, è ovvio – ammette Claire – ma finora i miei dipendenti si sono comportati tutti in modo molto corretto”.

In un’epoca in cui si cerca di rendere la vita più facile alla lavoratrici con figli o lavoratori con esigenze speciali, The Audit Lab strizza l’occhio ai giovani più promettenti, mettendo sul piatto un “fringe benefit” di tutto rispetto. “Niente di straordinario – ha aggiunto la Crompton – ma pensiamo che questa sia la formula perfetta per attrarre i millennials di maggior prospettiva”. Proprio così ha detto. Di maggior prospettiva.

E c’è da crederlo perché, a parte le dicerie su Benjamin Franklin, che per quel che ne sappiamo potrebbe pure essersela inventata quella frase, perfino Hemingway – e questo è risaputo – s’era scomodato per immaginare una relazione quanto più esatta possibile tra l’alcol e il talento. “Un uomo intelligente – era stata la sua conclusione – a volte è costretto a ubriacarsi per passare il tempo tra gli idioti”. Non disse al lavoro, d’accordo, ma chissà che non sarebbe arrivato presto anche a quella conclusione.