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Non siamo tutti mattinieri: con il flexible working l’azienda adegua il lavoro al ritmo di ogni collaboratore

A cura di Valerio Sordilli, giornalista e Monster contributor

 

Nell’epoca in cui ogni cosa è concepita attorno ai bisogni dei suoi consumatori, nemmeno il lavoro sfugge a questa regola. In Italia l’avevamo intuito quando si è cominciato a parlare per la prima volta di smart working, sebbene all’epoca lo si chiamasse ancora soltanto “lavoro da remoto”. Ma ce ne siamo convinti del tutto solo quando, qualche annetto più tardi, alcune direzioni HR hanno iniziato timidamente a introdurre anche da noi il concetto di agile working (il ricorso agli anglicismi, a quel punto, era ormai una prassi: parlavamo già di business, mica più di lavoro). 

Quindi non stupisce più di tanto, oggi, vedere farsi largo tra gli schemi di organizzazione del lavoro in azienda quello introdotto dal flexible working, che di questo concetto del “lavoro su misura” non è che la versione più accurata. O, se volete, la più moderna. Semmai meraviglia la rapidità con cui questa evoluzione si è compiuta.

 

E il modo in cui la vita professionale di un individuo, proprio grazie al flexible working, sembra definitivamente rispondere, anziché a logiche HR, quasi del tutto a criteri da customer care. Dove cioè ogni cosa è ragionata per consentire al consumatore/professionista di vivere sempre la migliore esperienza possibile.

 

E infatti la domanda che sta alla base del flexible working potrebbe tranquillamente essere ricalcata da una di quelle che si trovano in certe aree clienti di certi siti e-commerce, e poste di solito in cima a quei moduli precompilati e studiati per migliorare, appunto, il servizio al cliente. Una domanda che, se fosse formulata da un HR davanti al suo interlocutore, suonerebbe più o meno così: “E lei, preferirebbe lavorare al mattino o al pomeriggio?”.

 

Sì perché sta tutta qui la novità introdotta col flexible working. Una novità che poi è anche la sostanziale differenza tra questo modello di lavoro “su misura” e i due che già conoscevamo: smart working e agile working.

 

Con quel flexible messo lì davanti, appare fin troppo evidente il modo in cui siamo giunti alla sublimazione del concetto secondo cui, ormai, “è il lavoro che deve adattarsi al lavoratore, non il contrario”. 

 

Adattamento che però non riguarda più soltanto i bisogni e le esigenze di tempo e di spazio del professionista, come già avviene con l’agile e lo smart working, ma che addirittura abbraccia la sfera più intima del collaboratore: vale a dire il suo ritmo biologico

 

Di che cosa si tratta, nello specifico, lo ha raccontato molto bene Linda Geddes, giornalista scientifica e collaboratrice del Guardian, nel suo libro Chasing the Sun. Tra le primissime a utilizzare il termine flexible working, la Geddes, partendo dal presupposto che al mondo esistono miliardi di persone e quindi miliardi di cronotipi differenti, ci spiega in sostanza che imporre a tutti gli stessi ritmi, malgrado le rispettive e naturali differenze biologiche, non soltanto è dannoso per gli individui in sé, ma anche per le aziende nelle quali questi lavorano. E questo, perché la loro produttività sarà infinitesimale rispetto al potenziale effettivamente raggiungibile. 

 

Ecco perché, secondo la giornalista, aprire alla possibilità che siano i lavoratori a scegliere quando andare al lavoro, se alle nove del mattino o a mezzogiorno, non dovrebbe essere considerata dalle aziende una mossa troppo stravagante. 

 

Al contrario: quanto più una direzione HR vorrà in futuro considerarsi avveduta, tanto più dovrà abbracciare un approccio di questo tipo. E fare proprio un modello organizzativo che prevede il rispetto (anche) dei ritmi biologici dei propri collaboratori. In questo modo, oltre ad incidere positivamente sulla salute dei lavoratori e sul loro grado di soddisfazione, si accresce in un colpo solo anche la produttività in azienda. In un circolo virtuoso che valorizza, al tempo stesso, impresa e capitale umano. Proprio come impone il modello di industria di domani.

 

Tesi, quest’ultima, suffragata poi anche da un’altra ricerca, apparsa già nel 2014 sulla prestigiosa rivista Psychological Science, dal titolo The Morality of Larks and Owls: Unethical Behavior Depends on Chronotype as Well as Time of Day

Secondo lo studio, forzare una cerchia di professionisti a lottare contro la propria natura di “allodola” o di “gufo”, imponendo a tutti lo stesso orario di lavoro (se vi è piaciuto il riferimento ornitologico, sappiate che gli scienziati non hanno inventato nulla), nuoce gravemente alla produttività dei team. E, in scala, a quella dell’intera organizzazione.