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Il coronavirus ha cambiato il welfare aziendale?

di Valerio Sordilli, giornalista e Monster contributor

 

Abbiamo passato mesi a parlare di cosa ci ha portato via. Dovremo investire i prossimi a capire cosa ci ha offerto, al contrario, questa maledetta pandemia. Che non è poco, soprattutto in tema di welfare aziendale. Ambito nel quale la rivoluzione post covid-19 sembra mettere in circolo nuove energie tra aziende e collaboratori. 

Di più. Sta ricostruendo in parte il tessuto sociale di interi territori. Integrando le tradizionali forme di assistenza e tutela già garantite dallo Stato. Perché una cosa è certa: il welfare riemerso dalle ceneri del coronavirus somiglierà sempre meno a quello cui eravamo abituati. Cambia del resto la platea di soggetti cui sarà rivolto, questo nuovo welfare; figurarsi, allora, se non cambiano pure strategie e processi che gli stanno alle spalle.

 

L’amore conta, diceva il poeta. E le aziende lo sanno

Il primo punto è già una rivoluzione. Perché i cambiamenti più significativi riguardano la natura stessa del welfare, che sarà sempre meno uno strumento di mero supporto economico per chi ne usufruirà. Se l’azienda ti garantisce un tot perché tu abbia una brava baby sitter, oppure possa approfittare di un campus per i tuoi bambini, il più delle volte succede che non potrai sfruttarlo perché la brava baby sitter, semplicemente, non la trovi.
O perché il campus perfetto è troppo fuori mano. 

Ecco allora dove sta il cambio di passo. Tanto vale saltare un passaggio – riconoscono le aziende – e aiutare concretamente le famiglie dei collaboratori. Per esempio, puntando sul people caring. Ossia garantendo un sostegno diretto ai cosiddetti caregiver, cioè a quei dipendenti costretti ai salti mortali per assicurare assistenza e cure dignitose ai familiari in difficoltà. Dai figli con disabilità più o meno importanti ai genitori non autonomi, fino al coniuge gravemente malato. 

Come lo stanno facendo? Stringendo accordi con i servizi sanitari e socio-assistenziali di un particolare territorio, arruolando consulenti e creando una rete di partner e strutture certificate, ma anche acquisendo i servizi che i dipendenti potranno sfruttare più agevolmente, e a seconda delle esigenze.

Ne è un esempio il progetto Valoriamo, della Fondazione Cariplo. Questo si inserisce direttamente nel programma Welfare di Comunità e promuove l’innovazione sociale, favorisce la valorizzazione delle risorse e rafforza la governance territoriale.

Il progetto parte dal presupposto che il welfare aziendale costituisca un’opportunità sempre più significativa per offrire risposte ai bisogni di lavoratori, lavoratrici e delle realtà locali, ma può e, anzi, deve rappresentare un’opportunità per il tessuto produttivo del territorio. 

 

Work-life balance: è tutto un equilibrio sopra la stabilità

C’è poi la sfera emotiva. Le aziende stanno man mano acquisendo la consapevolezza che il welfare deve puntare dritto al cuore della questione: il benessere psico-fisico dei lavoratori. È per questo che gli HR hanno iniziato a spingere sempre di più su iniziative di supporto alla genitorialità, o volte a garantire un vero work-life balance, o ancora su politiche di wellbeing “puro”, da perseguire nei modi più disparati. Ché individuare una efficace politica di welfare, oggi, significa, prima di tutto, garantirsi lavoratori sereni, soddisfatti e motivati. Un vantaggio a cui va a sommarsi, poi, il ritorno in termini di employer branding.

Altro tema che ha acquisito di colpo centralità nelle più evolute politiche di welfare è la mobilità. Nel mondo del lavoro post covid-19 sono decisamente pochi i collaboratori a cui viene chiesto di programmare spostamenti quotidiani su treni, bus e metro. Chi può se la cava con lo smart working (o col suo surrogato). Inoltre molte aziende stanno esplorando strategie alternative per garantire una diversa mobilità dei propri dipendenti attraverso nuove esperienze di rent e sharing.

Non solo colossi, occhio al welfare dei “piccoli”

Un punto saliente, di questa rivoluzione del welfare aziendale, sta anche e soprattutto nella platea. Diciamo pure che quello del welfare non è più un tema esclusivo delle multinazionali o dei grandi gruppi. La crisi ha livellato le esigenze dei lavoratori. Di tutti i lavoratori. Sia che dipendano da un colosso o da una piccola impresa. È per questo che anche le realtà – per così dire – minori hanno approntato decine di iniziative a supporto dei propri dipendenti.

Come nel caso della AMG Energia di Palermo, dove si è assicurata la stabilità di 260 posti di lavoro grazie all’attivazione di una particolare rete di solidarietà tra i dipendenti. Attraverso un accordo innovativo, i professionisti che non avrebbero potuto essere riconvertiti hanno invece beneficiato delle ore di permesso concesse da chi ha potuto continuare a lavorare in modalità agile o dai colleghi rimasti attivi nei servizi essenziali.

Tra gli altri, si è distinta anche NetCom Group di Napoli, che ha voluto colmare il gap retributivo dei lavoratori costretti alla Cig dal coronavirus riconoscendo volontariamente un importo da corrispondere in servizi di welfare aziendale. Permettendo così di compensare in maniera netta la differenza, non costituendo – quello destinato al welfare – un reddito imponibile.

 

Così si recupera la fiducia tra azienda e collaboratori

C’è poi da registrare una maggiore inclinazione verso i temi della corporate social responsibility. Nel senso che il welfare sarà sempre più orientato a produrre degli effetti non soltanto sui collaboratori e sulle loro famiglie, ma anche sui territori in cui questi vivono. Pensiamo agli asili, alle cliniche per anziani, alle strutture riabilitative. Le aziende stringono accordi con centri convenzionati e riservano una quota dei posti disponibili alla collettività. Un po’ per il “disturbo”, un po’ per mera responsabilità sociale. Un’attenzione che promette di fare la differenza, quando parliamo di corporate identity.

Il welfare aziendale diventa insomma una risorsa essenziale, in aggiunta a quello statale. E consentirà, per di più, di recuperare quel rapporto di fiducia tra azienda e dipendenti che l’emergenza coronavirus – con tutte le sue implicazioni – ha fatto entrare in crisi.

Eccola qui, allora, l’anima della discussione. Per cui una lungimirante politica di welfare aziendale sarà in grado di ricomporre quel mosaico straordinario che il covid-19 si è divertito a disfarci tra le mani.