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Folli sì, ma mica incoscienti. La lezione di Steve Jobs e l’impresa responsabile che piace al candidato

Accrescere il proprio “patrimonio etico” con l’adozione di politiche ad alto valore sociale: ecco la sfida che attende chi è a caccia di young talent

Folli sì, ma mica incoscienti. La lezione di Steve Jobs e l’impresa responsabile che piace al candidato

Nessuno si lasci ingannare troppo (o troppo a lungo) dall’ambiguità di quel “foolish”: Steve Jobs si riferiva ad altro. Davanti a tutti quei laureandi con gli occhi lucidi, parlava di trasversalità del pensiero il fondatore di Apple. Di rendite di posizione intellettuali da estinguere alla svelta; e di un mondo, quello del sapere, da capovolgere senza alcun rispetto delle convenzioni. Era quella la “follia” a cui esortava giovani e meno giovani di tutto il mondo. Il punto d’appoggio che ci offriva e su cui si raccomandava di fare leva. L’invito che racchiude l’intero testamento intellettuale dell’uomo che ci ha cambiato la Storia.

Ma guai a considerare quell’esortazione come un incentivo a una qualche forma di anarchia della ragione. Al contrario, Jobs inchiodava i suoi interlocutori a una ferma disciplina del pensiero critico. In un certo senso, a una rivoluzionaria idea di ragionevolezza; legata – si capisce – alla disposizione del proprio talento.

Così, se qualche anno dopo la sua morte e quel discorso sulla folle lucidità, il tema della “responsabilità” domina la gerarchia dei valori di ogni giovane professionista – tanto da spingere, pur di andare loro incontro, una quantità sempre maggiore di imprese a dotarsi di un’anima, oltre che di un modello di business – c’è da credere che siano in molti ad aver compreso il senso di quelle parole.

Di responsabilità sociale dell’impresa (dall’inglese Corporate Social Responsibility) si parla infatti con una sensibilità sempre maggiore, da qualche tempo, anche in Italia. Una volta soltanto appannaggio dei grandi gruppi, oggi questo concetto concerne da vicino anche le medie e piccole realtà produttive. Pure loro obbligate, del resto, dando la caccia ai migliori talenti in circolazione, a parlare la lingua dei professionisti da poco entrati nel mercato del lavoro.

Secondo chi da anni osserva i loro movimenti sulla scena occupazionale, per Millennial e Generazione Z, il datore di lavoro migliore non è più (e non è solo) quello capace di offrire maggiori garanzie sul piano economico – come è stato per la generazione che le ha precedute -, ma colui che, insieme a uno stipendio adeguato, sappia garantire un investimento responsabile delle competenze di ogni potenziale futuro collaboratore.

In quest’ottica, il 2018 promette di essere l’anno in cui politiche di responsabilità sociale d’impresa avranno finalmente uno spazio adeguato nei programmi di sviluppo tracciati dalle divisioni HR.

La dose più consistente delle energie prodotte nei prossimi mesi in tema di Corporate Social Responsibility, concerne direttamente la vita in azienda. Avrà cioè un impatto diretto sulla “quota etica” del posto di lavoro offerto. E in un secondo momento, anche sul ruolo dell’azienda rispetto al contesto civile e sociale in cui opera. A titolo di esempio:

  • si stima una maggiore sensibilità da parte delle imprese rispetto a ogni genere di disparità tra i lavoratori. Le organizzazioni tenderanno a eliminare tutte le disuguaglianze (di genere, linguistiche, culturali, di orientamento sessuale) attraverso l’adozione di politiche mirate.
  • si lavorerà per ridurre la discriminazione salariale che pesa sulle donne
  • verranno applicati standard più elevati per i fornitori
  • la privacy e la protezione dei dati di dipendenti e consumatori sarà massima
  • si adotteranno maggiori e più incisive politiche di tutela ambientale
  • verranno rafforzati gli sforzi per una maggiore trasparenza aziendale

Di più. A questi sforzi, le imprese più avvedute affiancheranno politiche di solidarietà diretta verso l’esterno, con l’avvio o l’adozione di progetti pro bono. La filantropia resta infatti una strada ancora poco praticata dalle aziende, nonostante il ritorno d’immagine che garantisce. Specie in termini di employer branding. Il corporate giving dovrebbe infatti essere un fattore tutt’altro che trascurabile per quelle imprese che ambiscono a irrobustire la propria percezione, tanto all’esterno quanto all’interno dell’organizzazione.

Dopotutto Steve Jobs parlava ai professionisti di domani. E pare li abbia convinti. Se è a loro che vogliono rivolgersi le imprese, e beh, non possono non fare propria – loro per primi – quella lezione.