Vita da smart worker, istruzioni per l’uso: cinque regole per sopravvivere al lavoro agile

Vita da smart worker, istruzioni per l’uso: cinque regole per sopravvivere al lavoro agile

di Valerio Sordilli, giornalista e Monster contributor

 

Lo dicono le stime e lo confermano gli studi che si rincorrono da mesi. Lo scoprono le imprese, che a poco a poco ne assaporano i benefici. E soprattutto, lo assicurano quelli che lo stanno sperimentando da un pezzo: dallo smart working non si torna indietro. Al contrario. Da condizione esclusiva - quasi elitaria - quale è oggi, nel giro di quattro, massimo cinque anni, il lavoro agile diventerà il tratto comune di milioni di lavoratori italiani.

Se svolgere la propria mansione da remoto è il destino che attende senza distinzioni occupati vecchi e nuovi, non altrettanto omogenea rischia di essere l’abilità di adattarsi a questa nuova cultura del posto fisso. Anzi.

Adeguarsi alla vita liquida da smart worker promette di essere persino più complesso di quando, anni fa, ci è toccato di gestire il tumulto conseguente al passaggio dalla lira all’euro. Con una differenza rispetto ad allora mica da niente: a darci una mano, in quel caso, c’era la fredda ma rassicurante accuratezza dei numeri. Dove non si arrivava da soli, si poteva sempre fare affidamento sulla più rudimentale delle tecnologie a disposizione. Ma adesso?

Come gestire pro e contro del lavoro agile? Come amministrare la portata di questa apparente libertà cui potremo disporre tutto in una volta? E come riuscire, in questo clima da autogestione semi-controllata, a mantenere sempre alta l’asticella della qualità; a raggiungere gli obiettivi fissati dall’azienda nei tempi e nei modi stabiliti; a restare insomma i professionisti che siamo, sfuggendo ai tentacoli di una vita “extra ufficio”, ma scongiurando, se possibile, magari pure il destino inverso, quello cioè di finire schiacciati dal senso del dovere?

Una risposta che valga per tutti non esiste. Così abbiamo cercato di mettere insieme qualche suggerimento al riguardo, e di disporlo con ordine in un breve “manuale di sopravvivenza allo smart working”. Questo.

Uno: il tempo.

Anche se quello legato all’incognita dei mezzi pubblici, del parcheggio che non si trova o della pioggia che paralizza la città, ha smesso di essere un vostro problema, sappiate che il lavoro da remoto è tutt’altro che una dispensa dall’ordine. Quello di un inizio e una fine (del tempo di lavoro), è infatti un bisogno che vi conviene mantenere anche, anzi soprattutto, in questa nuova fase delle vostra vita professionale. Lasciare formarsi davanti a voi la prospettiva di una giornata di lavoro che si estende all’infinito, finirà, contrariamente a quanto si immagina, per rendervi più improduttivi. Meglio allora stabilire dal principio un On e un Off, riservandosi tuttavia la possibilità di modularli a seconda delle esigenze del momento (ci sarà sempre una lavatrice che termina la centrifuga, i figli da recuperare, la spesa da fare, il tecnico della lavastoviglie che stabilisce da solo quando è l’ora di un intervento, una lunga telefonata personale e via di questo passo). Sennò, che vantaggio ci sarebbe?

Due: lo spazio.

Per evitare di confondere tempo personale e tempo professionale (mantenere questo equilibrio è tra le prove più disagevoli cui è chiamato uno smart worker), una buona strategia è quella di segnarlo, oltre che con un tempo, anche con uno spazio ben preciso: lavorando fuori casa, in uno spazio coworking o in una caffetteria; oppure restando in casa, ma scegliendo in quel caso una stanza a parte o uno spazio dedicato. Può bastare una scrivania, ma anche un angolo della stanza con un tappeto, un banco su cui poggiarsi e una sedia, o anche una porzione della stanza divisa da una tenda. Piccoli accorgimenti che vi faranno sentire come in un’altra dimensione. Come in un ufficio diverso da quello cui eravate abituati, soltanto più familiare.

Tre: l’abbigliamento.

Esattamente come per lo spazio e per il tempo, la questione dell’abbigliamento serve a “dire” a corpo e mente che la giornata è iniziata. E che, anche se giurereste di essere ancora in casa, be’, non siete più in casa: siete al lavoro. Non rinunciare al personale, piccolo rituale di preparazione mattutino (bagno-colazione-vestitura) è fondamentale anche se poi non si varcherà mai la porta che separa dal mondo esterno. È  questa, se volete, una forma di folle lucidità che presto o tardi non tarderete ad apprezzare. Di solito succede il primo giorno in cui quella routine viene compromessa da un imprevisto o, peggio, da una distrazione o, peggio del peggio, dalla manifestazione di un momento di umana debolezza.

Quattro: gli obiettivi.

La giornata di uno smart worker non è infinita (vedi punto 1), quindi è inutile che si compilino liste infinite di “to do”. Proprio come quando eravate in ufficio, segnate su un’agenda, un foglio, o un post-it (sì, anche i post-it funzionano) i tre obiettivi prioritari del giorno. Non tarderete a scoprire che, per quanto vasta vi sarà parsa al mattino la vostra giornata, arrivare a sera avendo raggiunto ognuno di quegli imperativi vi parrà una conquista incredibile. Dopotutto, anche se state lavorando fuori dall’ufficio, non mancheranno le interruzioni, le chiamate dei colleghi, le mail cui dover far fronte o fornire risposte a responsabili o collaboratori. Perché lo smart working in fondo è solo uno strumento. Un metodo utile per aiutarvi a bilanciare meglio vita professionale e privata. Non una deroga al confronto costante con gli altri membri del team o coi propri manager. Relazioni necessarie e preziose che, se curate a dovere, richiedono tempo ed energie. E da dove credete che saltino fuori quelle necessarie per gestire tutto ciò che non era in agenda?

Cinque: la pause.

Gestirsi significa anche sapere fino a che punto spingere i vostri limiti. La produttività di cui, di colpo, vi scoprirete essere capaci per qualità e quantità, si regge su un equilibrio precario. Perciò, prima di saltare da un obiettivo all’altro, assicuratevi sempre di avere la lucidità necessaria per iniziare e finire un progetto. In caso contrario, staccate un attimo. In ufficio, del resto, le pause si producono del tutto naturalmente, spesso senza che vengano considerate tali: mentre aspettate che inizi una riunione, quando il vostro collega viene a chiedervi un consiglio personale, prima o dopo la pausa pranzo, il bisogno di un caffè. Ecco, replicate i piccoli momenti di quiete che avevate in ufficio inserendo microscopiche faccende domestiche o attimi tutti per voi: la spesa sotto casa, la pattumiera da vuotare, una telefonata di piacere, una camminata, una corsetta. Una crostata. Ecco, una crostata è sempre una buona idea.