Siamo tutti Marketing Manager. Di noi stessi.

Siamo tutti Marketing Manager. Di noi stessi.

Personal branding

di Valerio Sordilli, giornalista e Monster contributor

 

Se nessuno ha ancora trovato una formula più adeguata di “mercato del lavoro”, è soltanto perché, meglio di così, non c’è proprio mai venuto di racchiuderla questa faccenda articolata del comprare e del vendere. Che si tratti di beni, servizi, o perfino di opinioni, non fa differenza: il mercato è mercato. E in un mercato solo due cose devi saper fare: comprare se sei lì per comprare, vendere se sei lì per vendere.

Ecco perché, quali che siano le nostre competenze professionali, le soft e hard skills che ci siamo industriati a mettere in fila nel curriculum, quella del marketing è una carta che dovremmo sempre essere in grado di giocarci.

In che modo? Iniziando a pensare come fossimo un brand. E diventando, di conseguenza, i marketing manager di noi stessi. Obiezione: e da dove la tiro fuori io una strategia di marketing se non so nemmeno da dove cominciare? Risposta: da chi se ne occupa da molto prima e molto meglio di noi. In altre parole, dalle aziende di successo.

 

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I cardini di un personal brand efficace seguono infatti le stesse dinamiche delle vaste strategie di marketing messe in campo dalle grandi multinazionali. Le stesse che vediamo distillate giorno dopo giorno sui social, in tivvù, alla radio, sui giornali o per strada, in un perpetuo ripetersi di segnali e codici di persuasione, affidabilità e coerenza, che a poco a poco fanno di quel brand qualcosa di valore. Qualcosa di “nostro”.

Eccoli, allora, i tre pilastri di un personal brand efficace: coerenza, affidabilità, persuasione.

Coerenza. Questo è il primo e più importante principio da cui partire per impostare una efficace strategia di personal branding. Ogni immagine di successo, che serva a promuovere uno smartphone, vendere biscotti, o diventare il presidente della Banca Centrale Europea, deve poggiare, infatti, su una base di assoluta coerenza. Prima di agire bisogna pensare in maniera approfondita a chi si è, a quali sono i propri valori, a cosa si ha da offrire al mercato - visto?, si torna sempre lì - a qual è stato il percorso didattico a sostegno di questa “offerta”, a chi potrebbe averne bisogno, e infine al perché. Una volta individuate le risposte, chiedersi se l’azione che si sta per mettere in campo risponda a tutti requisiti richiesti. In caso contrario, stiamo sbagliando ancora qualcosa. E allora attenzione, perché l’incoerenza non solo vanifica l’efficacia dell’azione in sé, ma, a lungo termine, rischia di compromettere l’intera tenuta del nostro personal brand.

Affidabilità. Una volta stabilito che il nostro intento è perfettamente coerente, bisogna allora renderlo pure affidabile. E qui entra in gioco la reputazione. Bisogna sempre ricordare infatti che, chi ci valuta, per metà terrà in considerazione ciò che di noi avremo saputo comunicare, e per l’altra metà si baserà sulla comunicazione indiretta dei gesti che ci riguardano. Perché ogni cosa che facciamo - e vale soprattutto online - è destinata a lasciare una traccia, che raccolta e messa insieme alle tante che nel tempo avremo seminato, comporrà la nostra identità e la nostra reputazione agli occhi del mercato. Ed è su quella che saremo giudicati. Impostare una buona strategia di personal branding significa, quindi, lavorare per trasmettere una micro-porzione della propria competenza ogni volta che si lascia una traccia.

Persuasione. Per spiegare l’importanza della persuasione in una strategia di personal brand ci affidiamo a un esempio. A nostro avviso, il migliore. Conosciamo tutti Coca-Cola, no? Ecco, come giustificare il successo di quest’azienda? Tra le tante ipotesi plausibili, ne abbiamo scelta una. Questa: la sua capacità di creare un bisogno che solo lei poteva soddisfare. Coca-Cola ha spiegato una sola volta cos’era, quando è nata. Poi, più niente. Per il resto, è stato tutto un ricordare, anno dopo anno, gesto dopo gesto, traccia dopo traccia, che se vuoi quella cosa lì che solo Coca-Cola può darti (e per ognuno, badate bene, è qualcosa di diverso), non hai scampo, è Coca-Cola che devi comprare. Si dirà: e quindi? E quindi impariamo a pensarla come Coca-Cola. Perché a meno che non si abbia la trovata del secolo, saremo l’ennesimo profilo simile a tanti già presenti sul mercato. Quello che andrebbe fatto, allora, è individuare un elemento tra le nostre competenze che solo noi siamo in grado di offrire, provare a spiegare le ragioni di questa esclusività, i vantaggi che comporta, così anche il principio di persuasione potrà dirsi rispettato.