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Maternità e lavoro: i diritti delle mamme lavoratrici

Maternità e lavoro: i diritti delle mamme lavoratrici

                 DD

Quali sono i diritti di una donna che rientra a lavoro dopo la nascita di un figlio? Astensione obbligatoria, congedo parentale, allattamento,… come funziona?

I diritti delle mamme che lavorano sono garantiti dal Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità (D.Lgs. 151/2001), cui si aggiungono le disposizioni di nuovi decreti, finalizzati a garantire una migliore conciliazione tra vita familiare e carriera.

Innanzitutto il Testo Unico dispone il divieto di adibire le lavoratrici a lavori gravosi e insalubri e il divieto di licenziamento. Il primo divieto prevede che le lavoratrici, per tutto il periodo di gestazione fino ai 7 mesi dopo il parto, debbano essere esonerate dal trasporto e sollevamento di pesi, anche se questo presuppone un cambiamento di ruolo con lo stesso range retributivo. Con il secondo divieto, non è possibile licenziare la lavoratrice dall'inizio del periodo di gestazione fino al compimento di 1 anno di età del bambino, ad eccezione dei casi di: licenziamento per giusta causa; cessazione dell’attività aziendale; risoluzione del rapporto di lavoro per scadenza del termine.

L’art. 56 D.Lgs. 151/2001 tutela il reinserimento delle neomamme sul lavoro, favorendo il rientro delle lavoratrici sul posto di lavoro con lo stesso ruolo e mansioni che avevano prima di andare in maternità. A volte però questo non succede, soprattutto nelle piccole realtà in cui la dirigenza sopperisce all’assenza temporanea della lavoratrice modificando l’organigramma, ridistribuendo le attività fra i dipendenti o procedendo ad una nuova assunzione. Sicuramente non è semplice per l’azienda riorganizzare il carico di lavoro per 8-9 mesi; tuttavia, se viene messo in atto un vero e proprio ridimensionamento del ruolo ai danni della lavoratrice, quest’ultima può ricorrere al Giudice di Pace, per riottenere il proprio posto di lavoro (oppure per ricoprire un ruolo diverso, ma compatibile con la sua esperienza e professionalità) e richiedere un risarcimento danni proporzionato al tempo del suo demansionamento.

L’astensione obbligatoria dal lavoro prevede l’assenza delle donna lavoratrice i 2 mesi precedenti la data presunta del parto (sulla base della data indicata sul certificato medico) e i 3 mesi dopo il parto. In questi mesi la donna percepisce un’indennità pari all’80% della retribuzione convenzionale. L'astensione obbligatoria post-partum è stata estesa anche al padre lavoratore, nel caso in cui l'assistenza della madre al neonato sia diventata impossibile per decesso o grave infermità della madre stessa. Vi è inoltre la possibilità di continuare a lavorare fino all'8° mese di gravidanza, utilizzando così un solo mese prima del parto e 4 mesi dopo il parto, fermo il benestare di un ginecologo del Servizio Sanitario Nazionale o di un medico competente per la salute nei luoghi di lavoro. In caso di parto prematuro, la neomamma può richiedere l’astensione obbligatoria non goduta anche dopo la nascita del bambino, sebbene ciò possa portare al superamento dei cinque mesi generalmente previsti.

Oltre ai cinque mesi di astensione obbligatoria, la legge italiana prevede l’astensione facoltativa o congedo parentale, che consente ad entrambi i genitori di restare più a lungo con il figlio senza perdere il posto di lavoro. Entro i primi dodici anni di vita del bambino, la mamma o il papà possono usufruire di 6-7 mesi complessivi (o 10 mesi qualora vi sia un solo genitore), percependo fino al sesto anno del bambino un’indennità dell’INPS pari al 30% della retribuzione giornaliera. Per i mesi di astensione facoltativa usufruiti a partire dal sesto fino all’ottavo anno di vita del bambino, la mamma o il papà possono percepire dall’INPS un’indennità economica pari al 30%, ma solo se il reddito familiare rientra nei limiti stabiliti dalla legge. Dall’ottavo al dodicesimo anno il congedo non è retribuito. La legge 92/2012 definisce il congedo obbligatorio e facoltativo per il papà, il quale ha l’obbligo di astenersi un giorno dal lavoro entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, recependo un’indennità a carico dell’INPS del 100%. Può godere inoltre di altri due giorni aggiuntivi, in sostituzione della madre, nel caso quest’ultima stia godendo del congedo di maternità, ottenendo sempre un’indennità pari al 100% della retribuzione.

Per facilitare la conciliazione dei tempi di vita e lavoro, il D.Lgs. 80/2015 ha reso più flessibile la richiesta di congedo parentale, precedentemente affidata in via esclusiva alla contrattazione collettiva nazionale. In assenza di una regolamentazione collettiva o aziendale, il lavoratore può scegliere la modalità di fruizione del congedo, richiedendo permessi giornalieri o singole ore. Il datore di lavoro dovrà essere informato di tale richiesta con un preavviso di almeno cinque giorni in caso di fruizione giornaliera, di due giorni in caso di fruizione ad ore.

Inoltre, nel primo anno di vita del bambino, la lavoratrice può usufruire di una o due ore di riposo al giorno (a seconda se l’orario di lavoro è part time o full time), godendo di permessi per allattamento retribuiti.

Per un approfondimento della normativa e delle recenti disposizioni a favore dei diritti delle mamme sul lavoro, si consiglia la consultazione della sezione dedicata sul sito Inps.

Giada Baglietto

HR Consultant

www.fiorentemente.it


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