Rimanere fedeli alla propria vocazione, o trovare subito un’occupazione? Il gioco di logica imposto dal mercato del lavoro

Rimanere fedeli alla propria vocazione, o trovare subito un’occupazione? Il gioco di logica imposto dal mercato del lavoro

di Valerio Sordilli, giornalista e Monster Contributor

 

Restare fedeli alla propria vocazione professionale, o uscire quanto più in fretta possibile dal pantano della ricerca di lavoro, accettando anche offerte non in linea con le proprie ambizioni?

Sembra uno di quei diabolici giochi di logica che mette insieme lupo, capra e cavoli. Solo che stavolta, nei panni del pastore costretto a guadare il fiume con bestie e verdura, facendo bene attenzione che non si sbafino tra loro, ci sono fior di professionisti alle prese con una tra le più grandi contraddizioni moderne del mercato del lavoro: mancare quasi completamente di competenze in alcuni ambiti, e non riuscire, in altri, a valorizzare quelle che emergono.

Un paradosso che riguarda non soltanto il mercato italiano. Ma che accomuna, anzi, buona parte dei paesi del vecchio continente. Pure loro, come noi, stretti nella morsa di un sistema che impone alle aziende, da un lato, la ricerca di abilità sempre più specifiche, e, dall’altro, una certa rapidità nell’acquisirne di nuove. Talmente nuove da non essere ancora del tutto formate. Quindi, irreperibili.

A scapito, manco a dirlo, di chi ha speso una vita (o anche soltanto gli anni del proprio percorso di studi) a maturare competenze che poi, quando è il momento di mettere a frutto, lo stesso mercato respinge. Liquidandole, nella migliore delle ipotesi, come inadeguate.

Da qui nasce l’interrogativo da cui siamo partiti: come attraversare il fiume della nostra carriera professionale senza che il mercato famelico ci sbrani, e che noi, rimasti nel frattempo soli con le nostre aspettative, non si finisca per cannibalizzarle a nostra volta, investendo in professioni troppo distanti dalla vocazione di partenza?

Brutta notizia: la versione originale di questo gioco di logica si chiude col pastore che riesce a salvare capra e cavoli. Ma la realtà, specie quella del lavoro, spesso non risponde ad alcuna logica. O, almeno, non senza prima aver imposto un’aggiustatina all’asticella delle proprie aspirazioni.

Che tra le lezioni più facilmente dimenticate del mercato del lavoro ci sia quella sull’arte della trasversalità, è un fatto. Ma questo non basta a giustificare il paradosso di una società che, sulla carta, celebra l’individualità e le ambizioni del singolo, e poi, all’atto pratico, scoraggia ogni forma di elitarismo se non è in linea con regole e canoni prestabiliti. «Bisogna sapersi adattare al mercato»: è del resto il refrain che accompagna la vigilia di molti percorsi formativi e post didattici. Ma è davvero così? E, se sì, a quale prezzo?

Stress, forte disillusione e, alla lunga, perdita di “orientamento”, nel caso di un inseguimento ostinato della propria vocazione, costituiscono senz’altro i rischi più evidenti con cui un professionista è costretto a fare i conti. Ma non per forza, sull’altra sponda del fiume - tanto per non perdere di vista la capra e i cavoli - c’è la soluzione a tutti i mali.

Perché se è vero che allineare le proprie passioni ai bisogni espressi dal mercato del lavoro non sia sconveniente in sé, è vero anche che non si dovrebbe mai abdicare del tutto alle proprie aspirazioni.

Ideale, per qualsiasi genere di professionista, sarebbe infatti entrare nella logica di un inserimento professionale stabile in termini di motivazione e di progetti. Prima ancora che di contratto e di stipendio.

Il motivo ce l’ha spiegato bene Patrick Légeron, psichiatra e scrittore; autore, nel 2008, di uno studio condotto sulle fonti di stress legate al lavoro. Quindi, tra le altre cose, anche sull’impatto che una discrepanza tra vocazione personale e realtà professionale è in grado di generare sull’umore di un individuo. E allora: meglio inseguire il lavoro dei sogni o smettere di essere inoccupati?

Diciamo che se gliel’avessero posta in questi termini, probabilmente Légeron avrebbe risposto che non c’è niente di peggio, per un lavoratore, che restare per troppo tempo senza lavoro. Meglio quindi accettare un’occupazione, sebbene non quella calibrata alla perfezione sulla propria vocazione, che lasciare allo stress e alla sfiducia in se stessi di prendere il sopravvento aspettando l’occasione perfetta.

Ma un lavoro non vale l’altro. Anzi. Un’attività troppo distante dalle proprie attitudini, ha spiegato Légeron, produrrà un aumento del senso di estraneità al contesto in cui si opera. La mancanza di strumenti cognitivi, di formazione specifica e, probabilmente, di doti naturali, promettono, alla lunga, di pesare non poco sul senso di disfatta e disillusione che accompagneranno quel professionista al lavoro.

In definitiva, quello su cui Légeron ha posto l’accento è che, comunque andranno le cose, sarà sempre più sopportabile una decisione presa a una subita. E questo perché l’atto di scegliere, in sé, ci ricondurrà sempre a una qualche dimensione di controllo sulla nostra vita. Nell’ipotesi opposta, sarebbe il mercato a imporci la sua volontà.

Ma è al pastore che spetta decidere se e quando sbarazzarsi del lupo, mica il contrario.