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La lezione di Vivian Maier: la tata-fotografa che visse due volte

La lezione di Vivian Maier: la tata-fotografa che visse due volte

Quando se n’è andata, nell’aprile del 2009, nessuno, nemmeno Vivian Maier, avrebbe potuto immaginare che la vita e il talento di questa donna, una tata francese di origini umilissime, vissuta in America insieme a una smodata passione per la fotografia, sarebbero stati d’ispirazione fino a questo punto.

 

Eppure non c’è un angolo di mondo, oggi, in cui non si pronunci quel nome senza sgranare un po’ gli occhi. Senza riflettere su quanto pazzesco dev’essere stato per un genio del genere esprimersi all’interno di una storia personale ai limiti dell’incredibile.

Da enigmatica tata schiva a icona internazionale della street photography: se dopo tanti anni Vivian Maier non ha ancora smesso di stupirci, un po’ lo si deve anche alla sconcertante parabola che è stata la sua vita. Una tale mescolanza di passione e mistero, dedizione e talento, in grado di consegnarci forse la più grande lezione sul rapporto tra lavoro e vita personale

 

Una lezione che riguarda l’equilibrio con cui Maier amministrava l’uno e l’altra, considerandoli una cosa soltanto. E che, se applicata alla vita di ognuno di noi, promette di valere almeno quanto il patrimonio artistico per cui ce la ricorderemo.

 

Una lezione che abbiamo scomposto in cinque punti. 

 

La lezione sul work-life balance.

Difficile che una donna come Vivian Maier avesse confidenza con temi come il work-life balance. Concetto invece tanto in voga oggi, in cui il lavoro inghiotte fette sempre più consistenti della vita privata degli individui. Eppure questa donna che un lavoro ce lo aveva, e che la occupava per la quasi totalità del tempo - essere una tata, a metà del secolo scorso, significava essere un po’ come una seconda mamma -, sembrava conoscere bene l’importanza di un equilibrio perfetto tra lavoro e vita personale. La sconfinata produzione artistica di Vivian Maier, stimata in circa 150mila scatti (centocinquantamila!), sta lì, infatti, a dimostrarci come lavoro e passioni, in un professionista, dovrebbero sempre poter convivere. Anche assumendosi qualche rischio, se necessario, perché questo avvenga. Rischi che correva Vivian Maier, portando i “suoi” ragazzi a passeggio nei peggiori quartieri della città. E intanto, scattava.

 

La lezione sul “lavoro ben fatto”.

Uno degli aspetti sconcertanti dell’incredibile storia di Vivian Maier è che non sentì mai il bisogno di dare al suo talento per la fotografia un qualche “sviluppo”. Stampò pochissimo di quanto aveva fotografato nell’arco della sua intera vita. E lo tenne per sé. Il resto è rimasto impresso sui negativi e nei rullini che non fece mai sviluppare. Sul perché di questa scelta, nessuno potrà mai davvero esprimersi. Al massimo ci è dato di accampare qualche ipotesi. Poca roba. Ma una cosa è certa: benché sapesse che buona parte di quelle foto non avrebbe mai visto la luce, Vivian Maier vi si dedicò con tutta se stessa. Scattò centinaia di migliaia di fotografie soltanto per la “bellezza del gesto”. Per ciò che quell’esercizio ben fatto le trasmetteva. Ecco la lezione che cercavamo: lavorare per se stessi, prima di farlo per l’azienda o per chissà quale altra ragione, è il modo migliore per portare a casa un lavoro ben fatto. Anche se non vedrà mai la luce.

 

La lezione sulla positività.

Dal momento che la “scoperta” di Vivian Maier, vista l’entità della sua produzione artistica, è stata progressiva, ma graduale, c’è stato un momento in cui si è creduto che ci si trovasse al cospetto di una grande fotografa di bianco e nero. In realtà lo scatolone con la sua sconfinata produzione a colori doveva soltanto essere ancora aperto. Da quel momento abbiamo conosciuto un’altra Vivian Maier. E con lei ci portiamo a casa un altro tassello della sua importante lezione: al lavoro non smettiamo di vedere le cose sotto “filtri diversi”. Perché un fatto, o una verità importante che ci riguarda, possono avere un valore diverso a seconda di come decidiamo di guardarli. Se in bianco e nero, oppure a colori.

 

La lezione sull’intelligenza emotiva.

Provate a guardare dieci fotografie di Vivian Maier. La prima cosa che noterete in tutte è la prospettiva. Sempre differente. C’è una ragione per questo: buona parte delle foto che scattava, Vivian Maier non le vedeva. Non nel senso che non le vedeva una volta scattate, non le vedeva prima di scattarle. E questo perché fotografava, il più delle volte, tenendo la sua Rolliflex proprio al centro del petto, tra lo sterno e la bocca dello stomaco. Intanto, con gli occhi, fissava il soggetto. Lo metteva a fuoco, in un certo senso. Ecco perché abbiamo foto di Maier dal basso verso l’alto, dall’alto verso il basso, frontali, di traverso, di tre quarti, e così via fino all’ultima. Lo scopo era quello di riuscire a “leggere” ogni verità che le si proiettava davanti dalla giusta prospettiva. Eccola, allora, la lezione che ci portiamo a casa stavolta. Ha a che fare con l’intelligenza emotiva, e suona più o meno così: al lavoro, impariamo a guardare le cose anche da prospettive che non sono la nostra. 

 

La lezione sull’IO.

Tra i mille interrogativi che la storia di Vivian Maier ha saputo ispirare, uno riguarda gli autoritratti. Non sono pochi, del resto, gli scatti nei quali la tata-fotografa ci mette, per così dire, la faccia. Perché?, ci si chiede spesso davanti a queste foto. Perché una fotografa votata alla riservatezza com’era lei, spesso e volentieri sentiva l’esigenza di comparire in prima persona? Anche stavolta non conosciamo la risposta. Ma crediamo di sapere quale lezione quegli scatti ci abbiano lasciato in dote: essere riconoscibili, al lavoro, conta; ma solo come elemento posto al centro di un insieme molto più vasto, che, senza uno sfondo preciso, non significa niente.

 

 

 

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