Donne e tecnologia: se l’ICT italiano può concedersi un futuro più rosa

Donne e tecnologia: se l’ICT italiano può concedersi un futuro più rosa

di Valerio Sordilli, giornalista e Monster Contributor

 

Vanno meglio a scuola, eppure poi vengono pagate meno. Raggiungono gli stessi obiettivi degli uomini, ma a molte di loro è preclusa ogni opportunità di carriera. E va avanti così da anni. L’Italia non scopre oggi il cosiddetto gender gap che pesa sulle donne, ma è forse solo adesso che ci si rende conto della misura effettiva raggiunta dal fenomeno. Ora, che questo retaggio culturale minaccia di avere un’incidenza perfino maggiore sulla competitività delle imprese. Con una novità: sono quelle tecnologiche le aziende destinate a pagare il prezzo più alto.

Le dimensioni di questa sproporzione sono illustrate bene dai risultati della ricerca “Innovazione al femminile: il futuro è STEAM”, condotta da NetConsulting cube per CA Technologies e Fondazione Sodalita.

In linea con la trasformazione digitale che non risparmia neppure gli ambiti meno proiettati al futuro, lo studio spiega chiaramente come più di quattro imprese italiane su dieci disporranno in pochi anni di una funzione dedicata all’innovazione. E che, di queste, il 67% ha scelto di localizzarla nella struttura ICT.

Eppure, malgrado la volontà del tessuto produttivo italiano di allinearsi al resto del mercato, in queste nuove divisioni ICT il rapporto tra uomini e donne resta profondamente sbilanciato in favore dei primi: nove a due.

Il dubbio allora è legittimo: colpa della genetica? Nient’affatto. Anzi. Al dato che dà conto della scarsa rappresentanza femminile negli ambienti tecnico-scientifici italiani, lo studio offre in antitesi una percentuale che oltre al danno, sembra sommare pure la beffa: 84%. È la stima che corrisponde a quanti, nei 110 intervistati tra responsabili HR e direttori dei sistemi informativi di aziende italiane, riconosce “il valore strategico delle donne nello sviluppo e nell’innovazione”.

E allora? A chi fare carico delle responsabilità di questo gap di genere che fa di quella tra donne e tecnologia la relazione forse più complicata del mercato del lavoro italiano?

Anche su questo, la ricerca Net Consulting lascia poco margine alla fantasia:

un percorso di studi tecnico-scientifici viene preso in considerazione soltanto nel 12% dei casi, quando si parla di donne, a fronte del 21% degli studenti uomini. Risultato? Il 66% dei ragazzi si sente tagliato per un’occupazione di stampo tecnologico, contro appena il 35% delle colleghe donne. La metà.

Provando a giustificare scientificamente la strana relazione tra donne e tecnologia nel mondo del lavoro, due uomini, gli psicologi Gijsbert Stoet e David Geary, rispettivamente della Leeds Beckett University e della University of Missouri, sono arrivati a formulare una teoria che già dal nome promette bene, si fa per dire: “Il paradosso della parità di genere”. Dice questo: quanto più uomini e donne sono su una posizione di uguaglianza nella società, tanto meno queste ultime sceglieranno un corso di studi in ambito STEM (Science, Tech, Engineering & Math)

Tra gli enti che in Italia provano a superare questo gap c’è anche il Comune di Milano. Ad aprile, qui, ogni anno, si organizza STEM in the City, l’iniziativa nata sotto l’impulso di stimolare bambine, ragazze e studentesse universitarie a intraprendere percorsi di studio e di carriera proprio in ambito tecnologico e scientifico.

Meno male però che ogni tanto ci pensa la realtà, con le storie che offre, ad abbattere in un colpo solo tutti gli stereotipi del caso. E stavolta, la realtà, ha l’aria espressiva e un po’ timida di Maria Laura.