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Cercare lavoro nella gig economy

Cercare lavoro nella gig economy

Il Coronavirus ha aumentato il lavoro nella gig economy

Nel mercato del lavoro già parliamo di un “pre” e un “post” Coronavirus.
E non c’è dubbio che sia l’incertezza a dominare tutto quel che c’è al di qua della linea. Ma l’incertezza comporta flessibilità, a tutti i livelli: pubblico, privato, personale. Ecco perché cercare lavoro nella gig economy avrà tutto un altro significato. 

 

C’è un aspetto sul quale tutti gli analisti convergono, quando cercano di fare le carte al mondo nuovo. Le aziende, i lavoratori, i governi, hanno combattuto un nemico che non conoscevano. Almeno nella prima fase post Covid-19, sarà quindi ancora l’incertezza a determinare la creazione della nuova geografia del lavoro

In uno scenario simile, la strategia più efficace di chi cerca lavoro non può che partire da questi tre gesti:

  • individuare gli strumenti più utili per “navigare” l’incertezza
  • rifarsi agli esempi forniti dal mercato
  • creare un modello personale da offrire 

La flessibilità come prima qualità

Per cavarsela ci sarà bisogno di una certa dose di flessibilità. A ogni livello: pubblico, privato, personale. E ne servirà perfino di più a quei giovani talenti, specie se neolaureati, in cerca della prima occupazione. Insomma, quella stessa flessibilità che era un pilastro del mercato del lavoro già prima che il Coronavirus ci infestasse l’esistenza, oggi sembra essere diventata il basamento di ogni altra dote personale. Qualcosa senza la quale nulla, di ciò che siamo sul piano professionale, starebbe in piedi da solo.

Non deve stupire, allora, se Forbes s’è affrettato a dedicare uno dei primi e più illuminanti approfondimenti sul mercato del lavoro post-Covid ai gig worker. Cioè ai cosiddetti professionisti “a chiamata”. Quelli che sulla flessibilità estrema hanno fondato la propria ragione d’essere e di stare al mondo. Del lavoro, ovviamente.

Ma sbaglia, e sbaglia di grosso, chi pensa che gig worker sia solo un altro modo di dire “fattorini del cibo”. Si tratta, al contrario, di professionisti a tutto tondo, con competenze ed esperienze eccellenti, solo disposti a cambiare in fretta progetto e datore di lavoro. Ricordate? Flessibilità!

 Li ha censiti tempo fa la Fondazione Debenedetti. Ricavandone questa fotografia:

  • circa 700 mila: il totale dei professionisti “a chiamata”
  • 10mila: la quota occupata dai “rider del cibo”
  • 1,4%: la percentuale

L’esempio della “grande G” 

Forbes cita il caso di Google, dove la maggior parte della forza lavoro è costituita da lavoratori temporanei. Ma quello della “grande G” non è un caso isolato. Nella Silicon Valley è ormai una prassi consolidata quella di chiedere supporto a consulenti esterni, appaltatori indipendenti, lavoratori su domanda, liberi professionisti. Anzi, nella maggior parte delle aziende tecnologiche che hanno sede da quelle parti, il lavoro a chiamata rappresenta il 30-40% della forza organica.

Ricapitolando, tra il 30-40% della forza lavoro nella Silicon Valley è composta da gig worker:

  • consulenti esterni
  • appaltatori indipendenti
  • lavoratori su domanda
  • liberi professionisti

D’accordo, l’Italia non è l’America. Così come la Silicon Valley non è un campione troppo rappresentativo degli Stati Uniti. Però se parliamo di gig economy non è nemmeno più tanto una questione d’Italia, bensì d’Europa. E fuori dai nostri confini, in Francia e Germania soprattutto, le percentuali americane non sono mica poi il miraggio che sembrano. Ci sono dunque buone ragioni per credere che il Coronavirus possa soffiare sul fuoco della gig economy, tanto da raddoppiare le cifre anche da noi.

La resilienza applicata al lavoro

Ma cosa vuol dire, per chi è alla ricerca attiva di lavoro, considerare la gig economy un’opportunità? Prima di tutto, imparare a riconoscere le oscillazioni del mercato. Intuire nuove traiettorie. Provare a sondarle. Essere disposti a fallire. Ricominciare da capo. Per questo è sempre una buona idea, per un candidato ambizioso, costruire un percorso di resilienza, individuare competenze ed esperienze che possano diventare determinanti in caso di choc del mercato.

 Chiaro che i lavoratori dovranno fare di tutto per disegnarsi un profilo professionale trasversale, in cui competenza deve fare rima sempre anche con affidabilità. Lavorare sulla qualificazione professionale, sulla rete di relazioni, sui network on e offline. Ma non solo. Dovranno fare anche uno scatto in più, probabilmente l’ultimo: cambiare alla radice la propria idea di lavoro. Che vuol dire molte cose. Ad esempio:

  • investire sulla formazione continua
  • monitorare i “competitor”
  • scovare nuove opportunità di business
  • prepararsi ai cambiamenti repentini

Per riuscire in un’impresa simile, sarà necessario considerare la propria carriera più come un business che come un’occupazione “classica”.

Dalle università la spinta ai “self made employee”

Chiaro che uno scenario di questo tipo è inimmaginabile senza il supporto delle università. E ancora una volta sono gli USA a venirci in soccorso per aiutarci a capire di cosa parliamo. Qui le università più illuminate hanno creato delle app apposite per i propri studenti. Piattaforme che raccolgono opportunità a breve termine da offrire ai candidati in cerca di primo impiego. 

Dentro queste app, di fatto prototipi in miniatura delle classiche job board, c’è davvero di tutto. Come: 

  • rastrellare le foglie nei cortili delle onlus
  • fornire assistenza negli studi di ricerca medica
  • sviluppo di siti web

Ci risiamo: sembra il racconto di uno scenario fantascientifico, ma è solo un esempio di ciò che, presto o tardi, il butterfly effect del Coronavirus potrebbe portare anche qua. Insieme a un dettaglio non proprio trascurabile: il segreto del successo starà nella capacità di trovare agevolmente lavoro, non soltanto un buon posto di lavoro.

 

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