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L’Italia triplica il dato degli “expat”: sette consigli per chi pensa a un lavoro all’estero

L’Italia triplica il dato degli “expat”: sette consigli per chi pensa a un lavoro all’estero

L’ultimo dato raccolto parla di centoquindicimila italiani che hanno scelto di varcare la frontiera in cerca di migliori opportunità di lavoro. Come prepararsi a una svolta di questo tipo nella carriera.

Immaginate gli abitanti di una città delle dimensioni di un capoluogo di provincia che in massa raccolgono armi e bagagli e cambiano paese. Nel 2017, in Italia, è successo più o meno questo. Secondo il rapporto Il mercato del lavoro 2018, indagine curata da ministero del lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal, sono stati centoquindicimila gli italiani che nel periodo 1 gennaio-31 dicembre 2017 hanno imboccato la via della frontiera in cerca di migliori opportunità di lavoro. Centoquindicimila. Un dato tre volte maggiore a quello di quanti, quasi dieci anni prima, nel 2008, avevano condiviso lo stesso percorso. Anzi, di più. A giocarsi le proprie chance al di là dei confini nazionali, quella volta, erano stati “appena” 40 mila italiani.

Interessante, a questo punto, è capire cos’altro ci sia dietro questo dato. Quali verità ci stia consegnando sui professionisti che siamo diventati. Che ci stia forse dicendo, tra le altre cose, che dieci anni fa le condizioni del mercato del lavoro italiano erano tre volte migliori di quelle in cui versa oggi? Improbabile. D’accordo, è da un po’ che l’occupazione da queste parti non offre il pretesto per un po’ di ottimismo, ma ricondurre il fenomeno “expat” nella sua interezza al precario stato di salute del mercato del lavoro italiano, oltre che un errore, rischierebbe pure di farci perdere di vista altri aspetti interessanti della faccenda.

Uno su tutti: come già avviene in molti paesi europei, anche noi, evidentemente, stiamo imparando a guardare al mercato globale per quello che effettivamente è, ovvero una straordinaria cornucopia di opportunità. Tradotto: al di là di ciò che ci spinge a cercare lavoro all’estero, che sia voglia di arricchire il proprio bagaglio o semplice contingenza, rispetto a dieci anni fa siamo in generale più propensi a farlo.

Da un’esperienza all’estero passano effettivamente molte più opportunità, molti più sbocchi futuri, ma, di contro, anche qualche insidia in più.

Ecco allora due o tre cose da tenere a mente per chi immagina il proprio futuro professionale, o solo una porzione di questo, fuori dai confini nazionali.

Un piano-carriera.

Che abbiate già un’offerta di lavoro all’estero, o che partiate per cercare l’opportunità che in Italia fatica ad arrivare, il vostri progetti non dovrebbero prescindere da un piano-carriera. Nessun programma, ché tanto lasciano sempre un po’ il tempo che trovano, piuttosto create una specie di “programma di viaggio” della vostra esperienza all’estero. Come un programma di viaggio a medio termine che contenga date, scadenze, obiettivi minimi. Cose così. Vi aiuterà a capire, una volta partiti, in che punto del tragitto vi trovate, se sia necessario correggere un po’ il tiro, rivedere le aspettative, accorciare i tempi di marcia. Sarà la vostra bussola per quella porzione di vita, anche se pensate di conoscere bene la rotta della vostra esistenza.

Le scartoffie.

Non lasciatevi ingannare: la componente mitologica e la bellezza poetica di cui è composta un’esperienza di lavoro all’estero sta nella metà visibile dell’iceberg. La sola che può vedere chiunque. L’altra metà, quella sott’acqua, che sfugge ai più ma con cui vi toccherà fare i conti, è pura burocrazia. Proviamo a spiegarci meglio. Per affrontare un’esperienza del genere, c’è da verificare come prima cosa i visti e i permessi necessari per portare a compimento il progetto che vi siete dati, il tempo che vi occorre per ottenerli e il loro eventuale costo. Sempre in anticipo di qualche mese rispetto alla data X, occorre capire se e quali documenti in vostro possesso siano validi nel paese in cui vi state recando; c’è da informarsi sulla funzionalità all’estero della vostra carta di credito; occorre stimare un budget sufficiente a copertura di un eventuale periodo di inattività all’estero. Se partite con un’offerta di lavoro in tasca, sapere come funzioni la tassazione e le questioni fiscali nel paese d’arrivo potrebbe non servirvi (potrebbe), ma se partite per cercare un’opportunità in loco, allora non avete altra scelta che informarvi anche su questi aspetti. Tutto chiaro? Bene. Ora potete tornare pure a concentrarvi sulla punta dell’iceberg.

Conoscere chi vi assume.

State partendo con una proposta di contratto già in tasca? Bene. Avrete probabilmente già raccolto tutte le informazioni che vi occorrono sul datore di lavoro. Avrete misurato la sua reputazione. Conoscerete già, per esempio, il suo grado di affidabilità sul mercato. Saprete bene com’è organizzato il lavoro lì dentro. Avrete già scandagliato il web in cerca di informazioni da parte di attuali (ma anche ex) dipendenti, e ne avrete fatto la tara, ricavandone un’opinione che confermi le vostre intenzioni di partire per investire proprio in quella società le vostre competenze. Come dite? Non l’avete ancora fatto? Prego.

Costo della vita VS stipendio.

A meno che quello che vi è stato proposto non sia un contratto da top manager con annessi e connessi, informatevi sempre sull’effettivo costo della vita nel paese in cui avete intenzione di recarvi. Consultate siti e comunità sui social network che possano offrirvi informazioni preziose al riguardo. Anche una proposta economica apparentemente soddisfacente, se paragonata agli standard italiani, può rischiare di rivelarsi appena sufficiente una volta varcati i confini nazionali. Investire in un progetto di lavoro all’estero, e ritrovarsi con in mano un pugno di mosche, per via delle spese che vi sono richieste una volta arrivati nel paese che vi ospita, promette di costarvi molto (è proprio il caso di dirlo) anche in termini di disillusione. Se invece considerate un salario modesto alla stregua di un investimento, allora cambia tutto. Ma anche in quel caso, datevi una scadenza. Perché vivere in una città che offre mille opportunità, mille tentacoli, mille occasioni di crescita, e non potervi accedere per mancanza di risorse, rischia, alla lunga, di pesare non poco sul vostro stato d'animo.

Assicuratevi del tempo libero.

Prendete le ultime righe del capoverso che precede questo (“... vivere in una città che offre…”) e sostituite la parola “risorse” con la parola “tempo”: il risultato non cambierà. Con il vostro futuro datore di lavoro all’estero - e nel caso non ce ne fosse ancora uno, badate di chiarirvi col prossimo - informatevi bene sui giorni di riposo e sulla quantità di tempo libero che la vostra nuova occupazione vi assicura. Il perché, arrivati a questo punto, dovreste averlo capito. Altrimenti ripartite dalle ultime righe del capoverso che precede questo.

Trovare lavoro all’estero.

Tolti i giganti del recruiting online come Monster, che negli hanno saputo standardizzare e semplificare la ricerca di lavoro, rendendo la candidatura per un’offerta all’altro capo del mondo praticamente un gioco da ragazzi, ogni territorio ha poi le sue specificità legate al lavoro. Non sarebbe male quindi informarsi sulle modalità in cui si ricerca e si approccia alla professione nel paese in cui siete destinati. Capire in che modo le aziende selezionano, come funzionano i colloqui in loco, quali documenti occorre produrre, e in generale come presentarsi sul mercato.

Exit Strategy.

Avete letto bene: exit strategy. Prima di partire per un’esperienza professionale all’estero, provare a simulare delle difficoltà, e quindi immaginare in anticipo come fronteggiare potenziali imprevisti, è la cosa più saggia che possiate fare. Trovare una soluzione alternativa al progetto originario, che non lo stravolga, ma che vi permetta di superare senza troppi patemi qualunque difficoltà (quando si vive all’estero tutto è amplificato), si rivelerà la più preziosa dotazione presente nel vostro equipaggio.

Buona avventura!


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