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Le cinque bugie più comuni nel curriculum

Le cinque bugie più comuni nel curriculum

Ecco l’elenco delle cinque bugie più comuni nel curriculum

Ci sono passati ministri, capi di stato e di governo. Giornalisti e personaggi pubblici di vario genere. Ad alcuni le bugie nel curriculum sono costate il posto di lavoro. Ad altri “solo” la reputazione. Ma c’è anche chi ha fatto spallucce e ha tirato avanti come se niente fosse. 

Il fatto di essere in “buona compagnia”, però, non deve servire per autoassolversi. Al contrario. Perché le bugie nel curriculum hanno proprio questo di spiacevole: sono talmente comuni che anche i recruiter meno esperti le individuano in un attimo. 

Tre, due, uno e addio alla possibilità di aver posto di lavoro.

La difficoltà di riconoscersi nelle poche righe del nostro CV
A parziale nostra discolpa, va detto che esistono attenuanti generiche. E sono per lo più legate alla fatica che facciamo - tutti, o quasi - nel riconoscerci in quelle quattro righe del CV. 

Messi di fronte a un compendio striminzito di nozioni, date, elenchi e numeri da cui ci si dovrebbe sentire perfettamente rappresentati - anzi, se possibile pure un po’ valorizzati - sono pochi quelli che potrebbero giurare di non essere mai stati corrotti dalla propria vanità.

Cinque tipi di menzogna, lo stesso rischio di mandare tutto all’aria
Quali sono, dunque, le bugie più comuni nel curriculum? In Monster ci siamo resi conto, negli anni, che potremmo ricondurle più o meno sempre agli stessi quattro, cinque argomenti. Cinque tipi di menzogna, ma sempre lo stesso altissimo rischio di mandare tutto all’aria. 

Li abbiamo messi in fila. Partendo, manco a dirlo, dalla “menzogna delle menzogne”. Indovinate un po’ qual è?

  • Il titolo di studio
  • La conoscenza delle lingue
  • La posizione occupata
  • La RAL
  • Gli hobby

Il titolo di studio
Sbaglia chi crede che mentire sul titolo di studio nel curriculum sia una questione di ignoranza da parte del candidato. O che, peggio, c’entri con l’effettiva mancanza di competenze. Il punto, molto più banalmente, è che da “popolo di santi, poeti, pensatori e trasmigratori” quali siamo, noi italiani nasciamo con l’ossessione incorporata di un titolo da ostentare. Così, quando non se ne vanta uno - diciamo così - “di serie”, ce lo si cuce addosso ad arte. Capita così che molti candidati, per esempio, inizino un percorso universitario sotto i migliori auspici, e per una ragione o per un’altra, a un certo punto, lo interrompano. Ma intanto gli anni passano, un lavoro serve e per trovarlo il CV è essenziale. Ecco allora la classica occasione che fa il candidato impostore: quei pochi anni di università regolarmente conseguiti finiscono di colpo per trasformarsi, nei curricula dei più smaliziati, in una laurea in piena regola. Tanti auguri!

La conoscenza delle lingue
Insieme al titolo di studio, la conoscenza delle lingue è l’altra grande menzogna di molti curricula. Qui la tentazione di barare si mescola con una buona dose di ignoranza, e alla fine non capisci più se sia l’una o l’altra, o tutte e due insieme. Sono pochi quelli che riescono ad autocertificare con la dovuta oggettività il proprio livello di conoscenza di una lingua straniera. Gli altri, per convenienza o debolezza (per convenienza e debolezza), semplicemente, preferiscono mentire. Fatto sta che, quando non ci sono pezze d’appoggio, indovinare con esattezza quanto un candidato conosca una lingua è quasi come prendere un terno al lotto. E in questa vaghezza generale, va da sé, i più scaltri ci sguazzano. “Francese scolastico”, in fondo, è un po’ come certi intercalari di provincia: vuol dire tutto e non vuol dire niente. Se lo chiedete a un recruiter, poi, più niente che tutto.

La posizione occupata 
Volete mettere discutere per un nuovo contratto dall’alto di una qualifica maggiore? L’auto-inganno di chi sofistica il proprio CV millantando esperienze professionali mai conseguite è che non arriverà mai il momento in cui gli si chiederà conto di quelle competenze. Oppure, se mai questo momento dovesse arrivare, che basteranno le due tre nozioni apprese nel tempo per dimostrare di essere in possesso dei requisiti richiesti. Facile, no? Quello che non sanno, questi candidati col vizietto dell’auto-upgrade, è che a volte basta una domanda del recruiter al colloquio - la classica domanda “giusta” al momento sbagliato - per far venire giù il castello di carte. E con lui la reputazione del candidato. Oltre, naturalmente, alle sue possibilità di portarsi a casa il posto di lavoro.

La RAL
Ça va sans dire, direbbero certi cugini al di là delle Alpi. Chi bluffa sulla posizione occupata è di solito lo stesso che mente sulla RAL. O comunque un suo strettissimo parente. Quella sul salario base annuo (sui premi e i benefit annessi) è infatti ancora una delle bugie più comuni nel cv. Al punto che spiegarne i motivi appare francamente troppo anche per noi. Vale allora la pena approfittare di questa occasione soltanto per dire che molti HR, di fronte a un’evidente menzogna legata alla RAL, da qualche tempo preferiscono chiudere in fretta la selezione e passare al candidato successivo. Perché? L’onestà non ha prezzo, pare.

Gli hobby
A dar retta alle ultime righe di ogni CV, quelle di solito riservate agli hobby e alle inclinazioni personali del candidato, l’Italia dovrebbe essere un paese di letterati filantropi palestrati. A quanto pare non c’è una persona, tra chi cerca lavoro, che non legga, non faccia volontariato, o non si dedichi, nel tempo libero, a cause nobilissime. Il tutto, neanche a dirlo, tra una sessione di sport e l’altra. Si dice sempre che sulle soft skills si stia assistendo a una specie di corsa all’oro da parte delle aziende; e che gli hobby e le passioni, un tempo appena rilevanti, oggi dicano molto di un candidato proprio per questa loro prossimità con le competenze trasversali. Ma non sarà che ci si è lasciati prendere un po’ troppo la mano? Prima o poi un recruiter potrebbe chiederne conto. E domandare al candidato, che ne sappiamo, un paio di flessioni. E allora sì che saranno dolori. Nel senso letterale del termine.

 

 

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