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Addio orario fisso: il lavoro del futuro si valuta in efficienza

Addio orario fisso: il lavoro del futuro si valuta in efficienza

L’avremmo mai sospettato? Costretti come siamo stati a riformulare il nostro rapporto con la professione, gestendo incarichi e progetti nelle camerette dei bambini; incastrando conference call tra un’interrogazione di storia, gli occhi supplichevoli del cane e il giusto grado di cottura del riso, abbiamo talmente alterato le nostre abitudini da dimenticarcene, quasi. O comunque facendole diventare di colpo preistoria. Contribuendo a edificare coi nostri comportamenti un modello nuovo. Anzi più che nuovo. Contrario.

Flessibilità massima, il lavoro diventa compatibile

Il sospetto, insomma, è che la pandemia da Covid19 abbia ribaltato l’ordine delle cose. Nel senso che fino a ieri un professionista era abituato a modellare la propria vita in funzione dell’attività che svolgeva, della carriera che ne derivava, delle aziende in cui evolveva. 

La notte in cui ci siamo scoperti braccati dal virus ha ribaltato questo paradigma. Oggi, complice ovviamente la flessibilità che il lockdown ha imposto a tutti, sono le abitudini delle persone, le loro esigenze domestiche, a cambiare il modo di organizzare il lavoro. A renderlo naturalmente compatibile con la vita personale.

La vecchia settimana lavorativa va ripensata

Cambiando il metodo di lavoro, però, ci si aspetta che cambi anche la settimana lavorativa. Va proprio in questa direzione il risultato di un’analisi condotta da Adecco su un campione di ottomila persone, secondo cui il metodo di misurazione del lavoro basato sulle ore potrebbe avere, proprio lui, le ore contate. 

Nel rapporto si evince chiaramente come i dipendenti si stiano rapidamente abituando ad adattare la loro giornata di lavoro al programma e agli impegni familiari. E anche i dirigenti (il 74%) concordano sul fatto che oggi l’attenzione dovrebbe essere focalizzata sui risultati e non sulle ore di lavoro, ritenendo che la durata della settimana lavorativa debba essere rivista.

Conta la qualità del lavoro che svolgi, è chiaro, non quanto tempo impieghi per farlo, o quante pause ti sei preso, prima di arrivare alla fine. In una prospettiva del genere, va da sé, ferie, permessi e congedi non esisteranno più. O almeno non come li conosciamo oggi. Tutto diventerà fluido e perciò scompariranno dal lessico professionale parole come assenteismo e presenteismo. Perchè saremo misurati solo sulla base della nostra efficienza. Sulla qualità del lavoro che sapremo assicurare. E sul rispetto dei tempi, chiaramente. Ma non sulla presenza, o meno, al lavoro. Quello che metteremo tra l’inizio e la fine del tempo assegnato, per dirla in altri termini, sarà solo affare nostro.

Flexible paid time off: la conquista del tempo a riposo

Tra le conquiste di questa rivoluzione fondata sulla flessibilità, poi, ce n’è una che sembra riassumerle tutte. Di solito la si designa con un termine inglese; un po’ perché è la lingua del business e un po’ perché non esiste, da noi, un vero e proprio un corrispettivo: flexible paid time off. Non servono competenze linguistiche elevate per riconoscere l’abitudine (e la libertà) che avremo di ritagliarci del tempo “di riposo”, al lavoro, una volta garantito quanto ci si aspetta da noi. Ore, giorni, dipende. Fino a che non saremo di nuovo necessari.


Nessuna utopia. In Europa il flexible paid time off è già una realtà. Per averlo anche in Italia dovremo forse pazientare ancora un po’. Accidenti, però, che disfatta: tutta questa flessibilità, per essere in fondo ancora schiavi del tempo.


 

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