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Il curriculum è morto, viva il curriculum!

Il curriculum è morto, viva il curriculum!

“Ma il curriculum serve ancora?”. Quante volte ve lo siete chiesto? E quante altre ve lo chiederete ancora, andando avanti di questo passo. Succede infatti ciclicamente, nel mondo del recruiting, che a un certo punto qualcuno alzi la mano e provi a convincerci della morte del CV. Vale a dire della sua inutilità. Sembra perfino scontato dire che, se siamo ancora qui a parlarne, si è trattato tutte le volte di cantonate colossali: il CV non solo non è mai morto, ma anzi gode pure di ottima salute.

Certo, prima di tutto c’è da intendersi sui termini: che cosa diciamo, di preciso, quando diciamo CV? Perché è chiaro che se cercassimo in un curriculum di oggi le tracce dello stesso strumento usato quarant’anni fa, anche noi saremmo costretti a considerarli due cose distinte. Quel primo CV non esiste più, è vero. Ma non esiste più in quanto già rivive nel secondo: la sua versione evoluta.

Per il curriculum, infatti, vale lo stesso principio che vale per la televisione; e il gioco del calcio; e il modo in cui prepariamo da mangiare; e saltiamo con l’asta; e riscaldiamo casa. Come tutte queste cose, anche il CV è morto tante volte negli anni; ma altrettanto evidente è come sempre sia risorto, poi, dalle sue ceneri. E abbia ogni volta ripreso il suo posto, a metà tra recruiter e candidato.

Nel corso delle epoche il CV ha cambiato ripetutamente forma, dimensione, contenuto, ogni tanto caratteri, qualche volta colore, perfino il gusto (sì, il gusto). Dovessimo sintetizzare al massimo la sua genesi, diremmo soprattutto che il CV si è molto alleggerito rispetto al passato. Si è fatto più rapido. Più intuitivo. Ha registrato più di un cambiamento nella gerarchia valoriale delle competenze, e infine ha retto il contraccolpo portato dall’alba della rivoluzione tecnologia. Morto ogni volta, certo, ma ogni volta rinato.

Di esempi, di queste spettacolari resurrezioni del CV, se ne trovano quanti ne volete in giro per il web.

C’è quella di Philippe Dubost, per dire, web product manager diventato negli anni una specie di star della rete, che ormai qualche annetto fa scelse di mettersi - letteralmente - in vendita. Dove? Sul più grande mercato globale, naturalmente: Amazon. La sua pagina prodotto, un fake di una normale pagina del gigante americano compilata come fosse un CV in piena regola (con tanto di scarpe da ginnastica e biglietti aerei a ricordarci l’importanza degli hobby nel novero delle attitudini personali), è ancora lì a mostrarci come tempi e strumenti possono pure cambiare, ma la validità del curriculum, la sua centralità nel processo di avvicinamento al lavoro, quella resta invariata.

Curioso è stato poi anche il caso di April Hansen, che ha cercato di attirare l’attenzione su di sé prendendo i recruiter per la gola. In senso metaforico, stavolta. A questa giovane grafica newyorkese dobbiamo infatti le prime Adobe Suite Chocolate Bars: nient’altro che semplici barrette di cioccolato dalla forma quadrata; sulle cui confezioni, che richiamano il più celebre programma di grafica al mondo, al posto dei classici valori nutrizionali, sono state impresse tutte le informazioni necessarie al recruiter. Ma proprio tutte.

Altro caso da tenere a mente prima di dare per spacciato il CV, è quello di Nicolas Garcia. Per portarsi a casa uno stage come grafico in una società di Amsterdam, questo ragazzo si è raccontato in un curriculum in formato Monopoli. Vale anche l’esempio di Ruben Delgado, con la sua idea piuttosto audace di CV-prosciutto (rimborsabile con un prosciutto “vero” in caso di contratto, si è sentito in dovere di chiarire). Notevolissima anche la trovata di Benoît Finck: per mettersi in mostra con i recruiter di un’agenzia di comunicazione specializzata in entertainment, questo ragazzo francese si è messo lì, di santa pazienza, e ha creato il suo CV assemblando una decina di spezzoni di film e serie TV - Game of Thrones; Narcos; House of Cards; Orange is the new Black - in modo che creassero un messaggio chiaro e coerente col suo profilo. Un mash-up che non dev’essere dispiaciuto al potenziale datore di lavoro, visto che con l’annuncio, anche lui, non è che ci fosse andato poi troppo leggero.

L’ultimo in ordine di tempo a dimostrarci quanto il curriculum - contrariamente a quanto si pensi - goda ancora di una certa tempra, è stato però Alexis Massia. Sviluppatore web, a questo ragazzo - e alla sua passione per i videogiochi - dobbiamo infatti il primo formato di curriculum interattivo liberamente (e magistralmente, aggiungiamo noi) ispirato a Super Mario Bros. Un videogioco in piena regola, ecco che cosa si è inventato Alexis. Nel quale, proprio alla maniera del celebre videogioco Nintendo, bisogna guidare il personaggio per conquistare tutte le competenze che compongono il profilo professionale di Alexis.

Un colpo di genio. Una furbata prodigiosa. O, per meglio dire, un’autentica testimonianza di personalità - ovvero ciò che un CV dovrebbe sempre essere - che ci racconta bene di come anche in piena bolla tecnologica, anche in tempi di intelligenza artificiale e algoritmi predittivi e gamification a presidio del mondo del recruiting, il CV, tutto sommato, sia ancora lì, immobile, al suo posto nel processo di selezione.

Morto, è evidente, ancora una volta. Ancora una volta risorto.

 

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