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Le 5 bugie più comuni nei CV

Le 5 bugie più comuni nei CV

Ci sono passati ministri, capi di stato e di governo. Giornalisti e personaggi pubblici di vario genere. A qualcuno sono costate il posto, ad altri “solo” la reputazione. Altri ancora hanno fatto spallucce e tirato avanti come se niente fosse.

E se scoprirsi in “buona compagnia” servirà a lenire un poco il senso di vergogna, aiuterà forse persino di più sapere che non sarà nascondendosi dietro un “così fan tutti” che ci si salverà da una disfatta certa: bugie e mancate verità sono viste dai recruiter come il fumo negli occhi. Per evitare inconvenienti, meglio starne alla larga.

Direte: ovvio. Beh, mica tanto ovvio, se a quanto pare ancora oggi i selezionatori faticano a trovare un CV “immacolato”. Vale a dire corrispondente al 100% al profilo del professionista che descrive.

Il punto è che l’evoluzione e la tecnologia in questo non ci hanno aiutato per niente: facciamo ancora molta fatica a riconoscerci quando ci specchiamo in quelle quattro righe che dovrebbero dire quante più cose di noi, nel modo migliore, e nel minor tempo possibile.

Messi allora di fronte a quel compendio striminzito di nozioni, date, elenchi e numeri da cui ci si dovrebbe sentire rappresentati, sono pochi quelli che potrebbero giurare di non essere mai stati tentati - nemmeno per un istante - dalla propria vanità. E quelle son cose per cui, alla lunga, per quanto ci si sforzi, finisce poi che si cede.

Già, ma su che cosa mentiamo nel CV? Più o meno sempre sugli stessi cinque argomenti, ci siamo accorti in Monster. Li abbiamo messi in fila. Partendo, manco a dirlo, dalla “menzogna delle menzogne”. Indovinate un po’ qual è?

 

Il titolo di studio.

Sbaglia chi crede che mentire sul titolo di studio nel curriculum sia una questione di ignoranza da parte del candidato; o che, peggio, c’entri con l’effettiva mancanza di competenze. Il punto, molto più banalmente, è che da “popolo di santi, poeti, pensatori e trasmigratori” quali siamo, noi italiani nasciamo con l’ossessione incorporata di un titolo da ostentare. E quando non se ne dispone, succede qualche volta che lo si cucia addosso ad arte. In altri casi, invece, entra in gioco l’astuzia o il più semplice dei bisogni. Capita così che molti candidati, per esempio, inizino un percorso universitario sotto i migliori auspici, e per una ragione o per un’altra, a un certo punto, lo interrompano. Ma intanto gli anni passano, un lavoro serve e per trovarlo il CV è essenziale. Ecco allora la classica occasione che fa il candidato impostore: quei due/tre/quattro anni di università regolarmente conseguiti finiscono di colpo per trasformarsi, nel CV dei più smaliziati, in una laurea in piena regola.

 

Le lingue.

Insieme al titolo di studio, la conoscenza delle lingue è l’altra grande incognita di ogni CV. Qui la tentazione di barare si mescola con una buona dose di ignoranza, e alla fine non capisci più se sia l’una o l’altra, o tutte e due insieme. Sono pochi quelli che riescono ad autocertificare con la dovuta oggettività il proprio livello di conoscenza di una lingua straniera. Gli altri, per convenienza o debolezza (per convenienza e debolezza), semplicemente, preferiscono mentire. Fatto sta che, quando non ci sono pezze d’appoggio, indovinare con esattezza l’effettivo grado di conoscenza di una lingua straniera da parte di un candidato - prima di incoltrarlo di persona - è quasi come prendere un terno al lotto. E in questa vaghezza generale, va da sé, i più ci sguazzano. “Francese scolastico”, in fondo, è un po’ come certi intercalari di provincia: vuol dire tutto e non vuol dire niente. Se lo chiedete a un recruiter, poi, più niente che tutto.

 

La posizione occupata.

Volete mettere discutere per un nuovo contratto dall’alto di una qualifica maggiore della propria? L’auto-impostura di chi sofistica il proprio CV millantando esperienze professionali mai realmente conseguite è che non arriverà mai il momento in cui sarà messo alla prova. Oppure, se mai questo momento dovesse arrivare, basteranno le due tre nozioni apprese nel tempo per dimostrare di essere in possesso dei requisiti richiesti. Facile, no? Quello che non sanno, questi candidati col vizietto dell’auto-upgrade, è che a volte basta una domanda del recruiter al colloquio - la classica domanda “giusta” al momento sbagliato - per far venire giù il castello di carte. E con lui la reputazione del candidato. Oltre, naturalmente, alle sue possibilità di portarsi a casa il lavoro.

 

La RAL.

Ça va sans dire, direbbero certi cugini al di là delle Alpi. Chi bluffa sulla posizione occupata è di solito lo stesso che mente sulla RAL. O comunque un suo strettissimo parente. Quella sul salario base annuo (sui premi e i benefit annessi) è infatti ancora una delle fake news più ricorrenti in un CV. Al punto che spiegarne i motivi appare francamente troppo anche per noi. Vale allora la pena approfittare di questa occasione soltanto per dire che molti HR, di fronte a un’evidente menzogna legata alla RAL, da qualche tempo preferiscono chiudere in fretta la selezione e passare al candidato successivo. Perché? L’onestà non ha prezzo, pare.

 

Gli hobby.

A dar retta alle ultime righe di ogni CV, quelle di solito riservate agli hobby e alle inclinazioni personali dei candidati, l’Italia dovrebbe essere un paese di letterati filantropi palestrati. A quanto pare non c’è una persona, tra chi cerca lavoro, che non legga, non faccia volontariato, o non si dedichi, nel tempo libero, a cause nobilissime. Il tutto, neanche a dirlo, tra una sessione di sport e l’altra. Si dice sempre che sulle soft skills si stia assistendo a una specie di corsa all’oro da parte delle aziende, e che gli hobby e le passioni, un tempo appena rilevanti, oggi dicano molto di un candidato proprio per questa loro prossimità con le competenze trasversali; ma non sarà che ci si è lasciati prendere un po’ troppo la mano? Prima o poi un recruiter potrebbe chiederne conto. E domandare al candidato, che ne sappiamo, un paio di flessioni. E allora sì che saranno dolori. Ma per davvero.

 

 

 

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